Catastrofi ed altre opportunità

“Voi occidentali avete l’ora, ma non avete il tempo,” recitava Mahatma Gandhi.

“Io sono leggenda”, con Will Simth, è nella top ten dei film che, definire angoscianti, è poco. La pellicola, che ha avuto un successo mondiale, parla di un sopravvissuto ad una catastrofe umana. In seguito alla scoperta di una terapia per i tumori, tutta l’umanità viene sottoposta alla cura. Gli esseri umani si tramutano in zombie dai quali il protagonista, essendo inspiegabilmente immune alla metamorfosi, deve difendersi. Credetemi, ho avuto incubi per mesi interi, dopo averlo visto. Ho pensato a quali potessero essere le motivazioni che portano una mente sana alla decisione di produrre un film del genere. E, pur non avendo la risposta, il mio animo si tranquillizzava pensando che, appunto, era solo un lungometraggio frutto della fantasia. Poi arriva il Coronavirus. Non è la stessa cosa, per fortuna, ma era inevitabile che i cortocircuiti del mio cervello si organizzasero per collegare la pandemia al film.
Prima di andare avanti vorrei fare una premessa.
Non è il virus in sé che mi spaventa. Non ho paura di ammalarmi.
Il modo in cui si sono trasformate le nostre vite, però, mi ha fatto pensare alla pellicola in questione.
Così, i primi tempi l’angoscia ha preso il sopravvento.
Ho sperimentato emozioni nuove.
Il tipo di afflizione, con annodamento dello stomaco, sospiri e commozione facile, era diverso. In quel modo non lo avevo mai percepito.
Sapere che, anche solo in teoria, non c’era un posto nel mondo dove avrei potuto rifugiarmi, mi ha fatto provare l’impotenza.
Quest’ultima è un’emozione che mi fa compagnia ogniqualvolta non posso agire per risolvere il problema o l’ostacolo che mi si sta presentando.
Poi ho preparato un percorso di training per il mio cervello, partendo dal pensiero dello psicologo Giorgio Nardone.
Per ogni problema l’uomo è in grado di trovare minimo cinque soluzioni, semplicemente cambiando il punto di vista.
Non ne ho trovate cinque, ma solo una.
Una, vi assicuro, è già più che sufficiente.
Le altre arriveranno. È questione di allenamento.
Ho capito che non potevo trovare una soluzione al problema, ma dovevo capire il problema.
Un po’ come quando i bambini si intestardiscono con un capriccio. C’è un momento in cui il genitore può solo arrendersi, sedersi vicino al bimbo e capire perchè sta succedendo.
Ho preso una sediolina e mi sono idealmente seduta accanto al virus.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata ed alla fine ho capito la mia verità.
Nulla capita per caso.
Il coronavirus si è preso la libertà di venire a bussare, personalmente, alla porta di ciascuni di noi.
Non perchè voglia il nostro male, tutt’altro.
Vuole farci un regalo. Il problema è che, questo regalo, noi non lo avremmo mai accettato.
Così, è stato costretto ad usare le maniere forti.
Ci ha obbligato a fermarci.
Lo stop ha voluto dire riprendere in mano la nostra vita.
Ha voluto dire avere tempo.
Inevitabile è insorta la domanda:
“Come utilizzo questo tempo?”
La risposta è stata:
“Come vuoi tu. Non c’è un giudizio finale.”
Non c’è una cosa migliore di un’altra.
Ci siamo noi.
Poter avere tempo, è questo il dono.
Ce ne può essere uno più bello?
Tutti siamo coinvolti, e tutti possiamo trasformare questa pandemia in un’opportunità.
Ascoltiamoci.
Riprendiamo ciò che ci appartiene, partendo da noi.
Non servono i centri commerciali, le palestre o i parrucchieri.
Un unico ingrediente è necessario.
“Me stesso.”
Sto assistendo a scene di panico dovute all’essere nulla, senza il nostro lavoro.
Capite la gravità?
Noi non siamo il nostro lavoro, per fortuna, aggiungo.
E se, per un qualche motivo, non possiamo svolgere il nostro dovere per un po’ di tempo, non possiamo sentirci persi.
Se è così che ci sentiamo, vuol dire che abbiamo semplicemente sbagliato tutto.
La chiacchierata tra me ed il virus sarà ancora molto lunga, come la quarantena del resto.
La piacevola scoperta, d’altronde, che abbiamo così tanto da dirci, mi riempie di gioia e mi ha generosamente elargito una importante lezione.
Per godere del lieto fine dobbiamo arrivare al termine della storia.
Tutto quello che viene prima fa parte del racconto e conta ancor più del finale.
Vi saluto con il link di oggi.

MARIAPIERA MIELE

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