LA PAURA CHE HO IO NON ESISTE, MA LAVORO ALLA SUA INVENZIONE OGNI GIORNO


Le paure non si scelgono, ma se avessi potuto avrei optato per la paura della felicità, perché la mia è molto peggio. Anche la paura che vada tutto male non è poi così malvagia. Se tutto andasse a rotoli sarei tranquilla, non avrei nulla da temere. La paura di fallire poi, è sopravvalutata. Puoi fallire solo se ci provi e prima di averci  provato devi aver creduto in te, anche solo per un attimo.
La paura che ho io non esiste, ma lavoro alla sua invenzione ogni gior
La mia è paura di avere i superpoteri, di indossare il costume di supereroe e sentirlo comodo e bello. È paura di sapere fare bene quello che mi piace, perché non avrei più scuse per non farlo. È paura di essere poco adatta a me, figuriamoci agli altri. Sono nata per camminare sulle punte e invece striscio guardando in su. Nascondo così tante cose belle dentro che se non mi sbrigo a buttarle fuori finisce che scoppio o che mi escono dalla pelle, se è possibile.
Se ci fosse andrei ad un gruppo di ascolto per quelli che rifiutano le dotazioni alla nascita, “ciao a tutti, mi presento. Il mio nome ha 7 lettere, sono una persona speciale e me ne vergogno.”
Tutti gli altri in cerchio mi risponderebbero, “ciao, benvenuta.”
Il tizio che gestisce l’incontro direbbe “parlaci un po’ di te.”
Io abbasserei gli occhi, mi torcerei le dita e con un filo di voce direi
“ho 40 anni di cose non dette. Mi definiscono una Ferrari con le ruote sgonfie e con tante competenze, ma questo io lo so già e non mi aiuta.”
A turno tutti i presenti racconterebbero la loro storia ed io mi sentirei meno sola pensando “che peccato, quanta bella roba si perde il mondo là fuori.”
Poi il tizio mi domanderebbe di cosa ho più vergogna.
Senza esitare direi “di me. Potrei fare tutto, ma non faccio nulla. Chi ha distribuito le capacità mi ha sopravvalutato.”
“Non puoi restituirle, ti conviene usarle” mi direbbe uno dei ragazzi del cerchio.
“Le dotazioni alla nascita sono come i soldi del Monopoli, se li rifiuti non giochi” risponderebbe un altro.
A fine incontro qualcuno si avvicinerebbe. Sarebbe un tipo carino, di quelli belli e dannati, alla Jude Law.
Camminerebbe verso di me lentamente, mi guarderebbe negli occhi e userebbe gli istanti di silenzio per conoscermi. Con un dito sfiorerebbe il mio viso, sollevandolo dal mento e mi direbbe qualcosa di intelligente tipo “è il senso di colpa di essere capaci, il peggiore. Tranquilla, ti ci abituerai” e mentre nessuno bada a noi, mi darebbe un bacio sulla guancia prima di scomparire di schiena.
E allora penserei tra me che ho inventato una paura che mi fa vivere di m***a, ma ho conosciuto Jude Law.

“Lo stagista inaspettato” e le buone maniere

Il film “Lo stagista inaspettato”, a casa mia, è stato definito dai miei figli il film senza problemi. La pellicola, che vede in campo due big, Robert De Niro e incollato Anne Hathaway, procede liscia dall’inizio alla fine. Non ci sono cattivi, non ci sono grossi problemi, non ci sono morti. Eppure, il film, ti tiene incollato allo schermo e lo guarderesti all’infinito. Perché?
Me lo domando tutte le volte che lo guardo (credo di aver toccato ormai grossi numeri). Non avevo una risposta fino a qualche tempo fa, poi…..
A volte, quando non si capisce il perché di alcune circostanze, trovarsi in una situazione assolutamente opposta aiuta molto.
Il film racconta con una tenerezza discreta la storia di uno stagista (Robert De Niro) che, rimasto vedovo, in buona salute e con tanto tempo a disposizione, decide di rispondere all’inserzione di una azienda che cerca personale di età avanzata. Il suo capo è una donna, mamma, moglie e manager in carriera (Anne Hathaway), che ha fondato e fatto crescere in maniera eccellente una azienda che si occupa di moda online. Criticata da tutte le mamme della scuola della figlia e all’apparenza aiutata enormemente dal marito, va avanti con tanta buona volontà per cercare di non far cadere a terra l’enorme quantità di birilli che volteggiano in aria e dei quali sembra sia solo lei la responsabile…..perché è una donna.
Potremmo intavolare una discussione infinita sul ruolo delle donne e su come, ancora oggi, vengono viste dalla società, ma davvero, penso non ne valga la pena. Il film mi ha conquistato perché affronta l’argomento senza giudicare nessuno. Non ci sono critiche, né polemiche né sapientoni di turno che puntano il dito verso chiunque. C’è una storia dolce, che tratta un argomento scottante, senza che ci si bruci. Il ruolo di Robert De Niro, che diventa la colonna portante della vita della protagonista e di tutta l’azienda, non oscura le indiscutibili doti di Anne Hathaway, ma le regala saggezza e l’aiuta moralmente donandole la sensazione, o meglio la certezza, di avere le spalle coperte.
Il momento che stiamo vivendo avrebbe bisogno di questo. È assolutamente dannoso circondarci di chi giudica o accusa. Non porta ad alcun risultato. Adesso sarebbe necessaria la gentilezza, l’educazione e la tenerezza, un miscuglio che agirebbe da balsamo per l’anima, quello che evidentemente non si riesce più a trovare nella vita vera, ma lo si riceve, inaspettatamente da un film, un libro o una canzone.
Sono tutti impegnati a lanciare messaggi con arroganza, dimenticandosi che parlare al mondo non vuol dire giudicare o accusare. Qualsiasi sia la cosa che abbiamo da dire dobbiamo farlo nel modo giusto, accompagnato da gesti che rendano onore ai nostri pensieri e non che ce ne facciano vergognare.
Il film mi fa stare bene tutte le volte che lo vedo, ecco perché ho pensato di condividere con voi questa riflessione.
Circondatevi di ciò che dona gioia alle vostre giornate. Ognuno di noi percepisce le emozioni positive a suo modo. Trovate il vostro. Impiantate l’orto della vostra vita come meglio credete, facendo sempre molta attenzione alle erbacce infestanti. Scegliete il film, il libro o la canzone che preferite e mettetelo su in loop, all’infinito.
E ricordate, come diceva Nelson Mandela “Sembra sempre impossibile finché non viene fatto”.
Vi saluto come sempre con il link della canzoncina adatta.
https://www.youtube.com/watch?v=bjvVNyBTSP8

Un sospiro di sollievo

Mentre osservo per l’ultima volta il mare giocare con la luce del tramonto, circondata dall’allegro vociare del popolo del lungomare, la tristezza e la gioia fanno a gara per emergere. Il tormento, quell’atroce emozione che accompagna la fine dell’estate, mi dona quel senso di impotenza di chi vorrebbe fermare il tempo ma non può, tornare indietro mille volte, pur sapendo che, presto o tardi, l’istante da cui fugge busserebbe nuovamente con in mano il vassoio della “routine”, scarno e privo di qualsivoglia addobbo. I buoni propositi fanno capolino, con l’intento di alleviare l’inevatibile, ma è sempre troppo poco. La quotidianità avrà la meglio, cancellando l’incatesimo delle emozioni che provo adesso. Poi, all’improvviso, un pensiero inaspettatamente si affaccia, riuscendo quasi a scacciare il tormento.
“Ho trascorso un’estate in un luogo che sembra creato apposta per me. Ho fatto scorta di sorrisi che hanno illuminato le mie giornate. Ho osservato da dentro lo scorrere di una vita lenta. Ho regalato ai miei occhi l’azzurro del mare più bello. Ho imparato parole nuove, che userò quando le mie non basteranno più. Può tutto questo, adesso, darmi tormento?”
Non può.
A sorpresa, le sensazioni che quest’estate mi ha donato, sono le stesse che mi hanno salvato.
Nella gara tra la tristezza e la gioia, ha vinto la scoperta.

Mariapiera Miele

Il viaggio

Il viaggio è la mano che mette a posto tutti i pezzi del puzzle.
Il viaggio è quell’insieme di azioni che muovendo corpo e mente nutrono la nostra curiosità.
Il viaggio è allontanarsi da un punto quando non se ne può più fare a meno e tornare impregnati di quel cambiamento necessario.
Il viaggio è la gioia della scoperta. Quella gioia che si prova solo quando ci si perde.
Il viaggio è riconoscenza per il nostro pianeta, l’unico che abbiamo, così bello da toglierci il fiato.
Il viaggio è l’opportunità di confronto che regala ai popoli il dono dell’uguaglianza.
Il viaggio è ciò che ricorda a tutti noi la nostra origine animale.
Siamo animali e come tali possiamo e dobbiamo vivere la nostra libertà.
E viaggio e libertà sono la stessa cosa.

La canzone con cui auguro a tutti voi “buona estate” è quella di Daniele Silvestri.

Il viaggio

Il percorso ad ostacoli del diavolo veste Prada

“Il diavolo veste Prada”, il film che ha fatto divertire e sognare tutti, soprattutto le donne, fashion victim per eccellenza, l’ho visto tante volte, senza annoiarmi mai.
L’ultima risale a due mesi fa. Ai tempi del coronavirus è necessario scegliere attentamente cosa proporre a se stessi dopo una giornata di quarantena.
La trama la conosciamo tutti, ma ritengo opportuno fare un breve riassunto.
La protagonista, Anne Hathaway, è una aspirante giornalista che viene catapultata nella più blasonata rivista di moda americana. Lei è tutto tranne che una fashion victim, eppure accetta la sfida con il solo scopo di raggiungere poi le redazioni delle riviste che davvero la interessano. Il suo atteggiamento iniziale è ironicamente saccente. Lei, ragazza colta, in gamba e controcorrente, sta facendo un favore, con la sua semplice presenza, alla rivista più famosa d’America. La protagonista in questione, infatti, snobba la moda e tutto quello che le gira intorno. Non perde occasione per dimostrarlo, dato che veste in maniera indecorosa e non ha cura alcuna della sua persona. Suo malgrado si rende conto che con questo spirito le cose non possono funzionare. Quindi, senza tradire il suo cervello, decide di metterlo all’opera, dando il meglio di sè e dimostrando che se si è in gamba, lo si è sempre e comunque, in qualunque situazione, lavorativa e non. Errori ne commette anche lei ma, alla fine, quando si tratta davvero di dover scegliere, fa’ la cosa giusta. Premio del percorso ad ostacoli un lavoro in una testata giornalistica che le calza a pennello e che, probabilmente, non avrebbe mai preso in considerazione la protagonista se sul curriculum non ci fosse stato scritto il nome della tanto blasonata e vacua rivista di moda. Quante deviazioni siamo disposti ad accettare in nome del nostro obiettivo?
Ogni volta che mi imbatto in film nei quali il protagonista sembra debba scendere a compromessi per ottenere quello che desidera realmente, mi domando cosa farei io al suo posto. La risposta non credo serbi chissà quali colpi di scena. Quanto teniamo al nostro obiettivo? La passione che ci motiva ci dirà cosa siamo disposti a fare e fino a dove riteniamo di poterci “abbassare”. Questa, però, è la parte facile. La vera capacità si misura nel sapersi rialzare. Se il tragitto che abbiamo intrapreso è solo una deviazione dalla nostra destinazione, dobbiamo sapere con precisione quando rimetterci sulla strada principale per arrivare al traguardo. Il percorso alternativo non può diventare quello originale, bisogna sapere quando lasciarlo perché, citando Paulo Coelho, “l’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare”. In questi mesi una pandemia ha obbligato la maggior parte di noi a fermarsi ed è stato un dono di cui fare tesoro. Adesso, però, dobbiamo ripartire. Che aspettiamo allora? Mettiamo in moto, guardiamo a destra, guardiamo a sinistra e premiamo l’acceleratore. La destinazione è la stessa di quando siamo saliti in macchina la prima volta, non dimentichiamolo. Non è l’autogrill, né la piazzola di sosta. E non è neanche una delle tante tappe intermedie che ci aiutano a smaltire i lunghi viaggi. La destinazione è quella che ci ha fatto progettare il viaggio, preparare i bagagli e decidere di partire, perché “se uno fa una cosa per un fine, non vuole la cosa che fa, bensì la cosa per cui fa quello che fa”, come diceva il buon vecchio Socrate.

Matilda sei mitica e l’ottimismo

Matilda sei mitica”, il film tratto dal libro dell’inimitabile Roald Dahl,è uno di quei capolavori che potrei rivedere all’infinito.
Non decidiamo noi dove, quando e in casa di chi nascere. È fortuna, pura e semplice fortuna. È uno dei rari casi della vita in cui non possiamo intervenire con raccomandazioni o richieste di corsie preferenziali.
Può andar bene o può andar male.
A Matilda, purtroppo, non è andata proprio benissimo, anzi, la famiglia dove nasce è quanto di peggio una mente possa immaginare.
Eppure, questa travolgente bambina, dall’inizio alla fine della storia tiene fede a se stessa.
Non rinuncia a vivere la sua vita, nel pieno rispetto delle sue peculiari doti.
In questi giorni, per motivi personali, legati al graduale rientro alla normalità e quindi, alle “solite” frequentazioni e amicizie, mi è capitato di riflettere approfonditamente su questo argomento.
Abbiamo dovuto confrontarci con l’inaspettato, ovvero la totale rinuncia alla nostra libertà.
Personalmente penso che, se ci viene tolto tutto, ciò di cui sentiremo la mancanza, è ciò che realmente ci rappresenta. È quello che realmente siamo.
Come tutti coloro i quali vivono in un paese libero e democratico, non mi ero mai confrontata con un evento del genere.
Non avevo mai avuto la fortuna di essere privata di tutto, per scoprire che poi, quello che mi sarebbe mancato, erano solo un paio di cosette.
Questa pandemia, in due mesi, ha fatto la pulizia che in tanti anni mi prefiggevo di iniziare e portare a termine.
Scrivere e viaggiare sono i pilastri della mia vita.
Il primo ho potuto continuare a farlo, il secondo no e mi è mancato come l’aria che respiro.
Tutto sommato, però, era prevedibile.
L’imprevedibile è stato altro.
Mi ha meravigliato la reazione di tante persone che conosco da anni e che mai avrei creduto essere così negative.
Mi ha meravigliato l’indifferenza di altrettanti amici storici che si sono limitati a guardare solo la superficie di tutta questa storia.
Mi ha meravigliato l’ingenuità con la quale persone che ritenevo in gamba hanno accettato, senza mettere in discussione, tutto quello che telegiornali e affini ci hanno propinato.
Ma più di tutti mi ha meravigliato la natura, che con tutta la sua grandezza ha dimostrato che il vero virus siamo noi.
Vi starete chiedendo……
“Cosa c’entra Matilda con tutto questo?”
C’entra eccome!
Matilda è nata e vive in una famiglia che non si accorge di lei.
Una madre, un padre ed un fratello ciechi!
Lei e loro parlano due lingue diverse.
La bambina alla fine del film sceglie la sua maestra, acquistando, meritatamente, una nuova famiglia adatta a lei.
Sceglie la famiglia che parla la sua stessa lingua.
Questo film rappresenta il mio personale percorso durante questa pandemia.
Ho viaggiato, nei giorni della quarantena, attraversando i mondi di svariate emozioni, molte delle quali totalmente nuove e sconosciute. È stato un viaggio interessante, che ha trasformato un evento drammatico in qualcosa di buono.
Mi ha aiutato a capire aspetti di me sui quali mi arrovellavo da anni.
Ho scoperto di essere un’ottimista incallita.
Ho scoperto che ragiono con la mia testa.
Ho scoperto che più provano a spaventarmi e più falliscono.
Ho scoperto che mi piace motivare le persone alle quali voglio bene.
Ho scoperto che non mi arrendo.
Ho scoperto che avere paura non serve.
Ho scoperto che l’unione che fa la forza.
Ho scoperto che la strada è ricca di possibilità.
Ho scoperto che il tempo è prezioso.
Ho scoperto che la vita è un dono quotidiano con un senso dell’umorismo di una potenza tale che dovremmo avere sempre un sorriso stampato sul nostro viso.
Ho scoperto anche, però, che qualsiasi siano le nostre qualità c’è bisogno di avere fiducia in se stessi per utilizzarle e dar loro la voce.
Io, di fiducia in me ne ho davvero poca o comunque non abbastanza per insistere e trasmettere il mio ottimismo a tutti.
Il mondo affettivo e relazionale che mi ha circondato, al tempo del coronavirus, non parlava la mia stessa lingua ed io non ho avuto la giusta dose di fiducia in me per esprimere la mia positività.
Anzi, quando l’ho fatto non è andata benissimo.
Sono apparsa superficiale ed infantile.
Non capivano cosa io volessi dire.
Mi sono sentita ridicola ed ho dubitato di me.
Poi, un bel giorno, mi è venuta in mente Matilda.
Sarò stata vittima, probabilmente, di uno dei suoi incantesimi, perché all’improvviso mi sono sentita più forte ed ho creduto che il modo migliore fosse quello di scrivere quest’articolo, per gridare al mondo tutte le mie scoperte.*
Chi avrà voglia lo leggerà, ho pensato.
E, visto che come diceva Rod Stewart, “l’ottimismo è la mia miglior difesa”, vi giro l’augurio di Marlene Dietrich, “cercate di essere ottimisti, c’è sempre tempo per mettersi a piangere”  e vi lascio con le parole del medico e scrittore svizzero Paul Tournier: “Alla fine, le persone che vincono sono quelle che pensano di potercela fare.”

Le etichette e noi

Quando interno ed esterno non coincidono e lo scopri che sei già grande……

Il dubbio l’ho sempre avuto. Da adulta ne ho semplicemente riscontrato la fondatezza.

La mia mimica facciale, il modo in cui le emozioni disegnano il mio viso, la lingua che il mio volto utilizza per comunicare con il mondo, non è quella che parlo io.

Non so neanche dove, i miei lineamenti, l’abbiano imparata.

Il pensiero ha iniziato a farmi visita tanti anni fa.

Avrò avuto quattordici o quindici anni e giocavo a pallavolo già da sette anni, sempre con la stessa squadra e con lo stesso mister. La premessa è importante per sottintendere che i protagonisti del racconto erano persone che mi conoscevano da tempo.

Fu durante una partita importante per accedere alle regionali.

Ero in campo, in difesa, concentratissima a non sbagliare.

Stavamo perdendo.

Il mister chiama un break per parlarci. Si arrabbia un po’ con tutte noi e poi conclude dicendo “e tu, sveglia! Guardo la tua faccia e sembra che stai dormendo! Concentrati un po’!”

Sono passati davvero tanti anni, eppure io non riesco a dimenticare quel rimprovero. Non ricordo se abbiamo vinto la partita. Non ricordo se siamo andate alle regionali.

Ricordo solo quelle parole.

Ne ho avute di ramanzine nella mia vita, come tutti penso, ma quella era diversa.

Io non stavo dormendo. Ce la stavo mettendo tutta ed ero super concentrata.

Premetto che il mio mister era bravissimo, voleva bene a tutte noi e non era il tipo da nutrire simpatie o antipatie.

Semplicemente, ciò che appariva all’esterno, era tutt’altro.

La concentrazione, disegnata sul mio volto, sembrava un attacco di narcolessia.

Quella è stata la prima volta in cui ho preso consapevolezza del fatto che ciò che vorrei dire con gli occhi, con una flessione delle labbra o con il colore delle guance, il più delle volte, non coincide con quello che provo.

Crescendo ho avuto poi svariate conferme.

È per questo che mi rattristo infinitamente nell’assistere alle etichette che di continuo vengono fatte indossare ad ognuno di noi, dalla nostra stessa società, ovvero da tutti quelli che ci circondano, senza che il diretto interessato ne sia il più delle volte consapevole.

Conosciamo gli altri troppo poco per esprimere giudizi, eppure lo facciamo incessantemente.

Scrollarsi dalla definizione che ci viene generosamente donata è quasi impossibile.

Risultato: è molto più semplice cambiare definitivamente il proprio indirizzo!

Come ho fatto io.

A diciotto anni sono andata via ed ho ricominciato tutto daccapo.

È ovvio che ricominciare vuol dire essere pronti a nuove etichette. Quelle arrivano ovunque voi vi troviate, un po’ come le formiche.

Questa volta, però, mi sono impegnata a guadagnare etichette che mi somigliassero di più.

Ci sono riuscita.

Il problema è sorto quando, dato che la vita ha uno strano senso dell’umorismo, sono rientrata alla base.

Con mia grande sorpresa, le etichette dei miei primi diciotto anni erano lì ad attendermi.

Timida e snob sono le più gettonate, ma l’elenco è lungo.

E allora ho capito. Non c’è da offendersi, chissà quante ne ho regalate io di etichette nella mia vita!

Il conflitto sorge quando tu proprio non ci rientri in quelle definizioni e allora i comportamenti e le reazioni stupiscono chi ti circonda come se non fossi più tu, senza pensare che forse quella persona, creata dal giudizio superficiale del prossimo, non è mai esistita.

E allora mi vengono in mente le parole di Charles Bukowski:

E pensavo: forse mi ci abituerò. Non mi ci abituai mai.”

La casa dei sogni

 C’è un ragionamento che mi perseguita senza sosta. Lo sento fuoriuscire dalla bocca delle persone, nei momenti più delicati della mia vita.
“Ho sempre voluto fare il medico, fin da piccolo. Pensa, L’allegro chirurgo, era il mio gioco preferito.”
“Ed eccoci tornati in studio con J.K. Rowling, autrice della saga di successo mondiale, che ha come protagonista il celebre maghetto Harry Potter. Ci dica, come è nata l’idea?”
“Ho sempre voluto scrivere, fin da piccola. Mentre i miei amici si divertivano a giocare, io passavo le ore nel mio mondo fantastico, ricco di avventure.”
Tutte le volte in cui sto per imbarcarmi in una nuova impresa, ovunque io rivolga la mia attenzione, sembra ci sia qualcuno che conosce la propria strada “fin da piccolo”.
Dando per buono che tutti dicano la verità ed esonerando me stessa da qualsivoglia forma di invidia, il pensiero che mi accompagna è il seguente:
“Il giorno che distribuivano le carte del Monopoli con su scritto dove recarsi, evidentemente io ero impegnata in altri giochi.”
Come ci si sente ad occupare un posto in una società in cui la maggioranza delle persone “fin da piccole” sanno cosa faranno da grandi?
Risposta.
Diversi ed in imbarazzo.
Mi soffermerò sul sentimento di imbarazzo.
40 anni è troppo tardi per scoprire quello che vogliamo fare da grandi?
I vari “fin da piccolo” mi fanno sentire così. In ritardo.
È come se, finora, avessi perso tempo, anche se così non è. Prima, ho fatto altro. Ho testato cose che non conoscevo, come fanno i bambini.
Poi, ho deciso. La decisione presa, purtroppo, si scontra con il tempo.
Risultato……..
Finisco per bruciare le mie energie per trascinare me stessa. Mi trasformo nel mio personale motivatore, per convincermi che sono ancora in tempo per diventare una scrittrice.
Che se anche non ho iniziato da piccola, posso ancora realizzare i miei desideri.
Che non devo pensare di non essere in diritto, anche se è così che mi sento.
Una non avente diritto.
Che se esistesse una fila nell’ufficio realizzazione desideri, mi direbbero che mi sono messa in coda troppo tardi.
Ogni mattina, quindi, prima di dare libero sfogo alla mia fantasia, combatto battaglie spietate contro nemici invisibili, nascosti nel labirinto della mente.
A volte li stano, altre no.
Sono le volte in cui torno sconfitta, che mi riparo nella mia personale casa dei sogni, quella che cambia di continuo, e che mi accoglie con un abbraccio “fin da piccola”.

P.S. I libri che ho utilizzato per costruire la piccola casa dei sogni, nella foto, sono stati presi a caso, perché non c’è un libro più bello di un altro. Chi scrive, ci regala il mondo che ha disposizione in quel momento. Siamo noi a decidere se scegliere quel posto oppure no.

Catastrofi ed altre opportunità

“Voi occidentali avete l’ora, ma non avete il tempo,” recitava Mahatma Gandhi.

“Io sono leggenda”, con Will Simth, è nella top ten dei film che, definire angoscianti, è poco. La pellicola, che ha avuto un successo mondiale, parla di un sopravvissuto ad una catastrofe umana. In seguito alla scoperta di una terapia per i tumori, tutta l’umanità viene sottoposta alla cura. Gli esseri umani si tramutano in zombie dai quali il protagonista, essendo inspiegabilmente immune alla metamorfosi, deve difendersi. Credetemi, ho avuto incubi per mesi interi, dopo averlo visto. Ho pensato a quali potessero essere le motivazioni che portano una mente sana alla decisione di produrre un film del genere. E, pur non avendo la risposta, il mio animo si tranquillizzava pensando che, appunto, era solo un lungometraggio frutto della fantasia. Poi arriva il Coronavirus. Non è la stessa cosa, per fortuna, ma era inevitabile che i cortocircuiti del mio cervello si organizzasero per collegare la pandemia al film.
Prima di andare avanti vorrei fare una premessa.
Non è il virus in sé che mi spaventa. Non ho paura di ammalarmi.
Il modo in cui si sono trasformate le nostre vite, però, mi ha fatto pensare alla pellicola in questione.
Così, i primi tempi l’angoscia ha preso il sopravvento.
Ho sperimentato emozioni nuove.
Il tipo di afflizione, con annodamento dello stomaco, sospiri e commozione facile, era diverso. In quel modo non lo avevo mai percepito.
Sapere che, anche solo in teoria, non c’era un posto nel mondo dove avrei potuto rifugiarmi, mi ha fatto provare l’impotenza.
Quest’ultima è un’emozione che mi fa compagnia ogniqualvolta non posso agire per risolvere il problema o l’ostacolo che mi si sta presentando.
Poi ho preparato un percorso di training per il mio cervello, partendo dal pensiero dello psicologo Giorgio Nardone.
Per ogni problema l’uomo è in grado di trovare minimo cinque soluzioni, semplicemente cambiando il punto di vista.
Non ne ho trovate cinque, ma solo una.
Una, vi assicuro, è già più che sufficiente.
Le altre arriveranno. È questione di allenamento.
Ho capito che non potevo trovare una soluzione al problema, ma dovevo capire il problema.
Un po’ come quando i bambini si intestardiscono con un capriccio. C’è un momento in cui il genitore può solo arrendersi, sedersi vicino al bimbo e capire perchè sta succedendo.
Ho preso una sediolina e mi sono idealmente seduta accanto al virus.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata ed alla fine ho capito la mia verità.
Nulla capita per caso.
Il coronavirus si è preso la libertà di venire a bussare, personalmente, alla porta di ciascuni di noi.
Non perchè voglia il nostro male, tutt’altro.
Vuole farci un regalo. Il problema è che, questo regalo, noi non lo avremmo mai accettato.
Così, è stato costretto ad usare le maniere forti.
Ci ha obbligato a fermarci.
Lo stop ha voluto dire riprendere in mano la nostra vita.
Ha voluto dire avere tempo.
Inevitabile è insorta la domanda:
“Come utilizzo questo tempo?”
La risposta è stata:
“Come vuoi tu. Non c’è un giudizio finale.”
Non c’è una cosa migliore di un’altra.
Ci siamo noi.
Poter avere tempo, è questo il dono.
Ce ne può essere uno più bello?
Tutti siamo coinvolti, e tutti possiamo trasformare questa pandemia in un’opportunità.
Ascoltiamoci.
Riprendiamo ciò che ci appartiene, partendo da noi.
Non servono i centri commerciali, le palestre o i parrucchieri.
Un unico ingrediente è necessario.
“Me stesso.”
Sto assistendo a scene di panico dovute all’essere nulla, senza il nostro lavoro.
Capite la gravità?
Noi non siamo il nostro lavoro, per fortuna, aggiungo.
E se, per un qualche motivo, non possiamo svolgere il nostro dovere per un po’ di tempo, non possiamo sentirci persi.
Se è così che ci sentiamo, vuol dire che abbiamo semplicemente sbagliato tutto.
La chiacchierata tra me ed il virus sarà ancora molto lunga, come la quarantena del resto.
La piacevola scoperta, d’altronde, che abbiamo così tanto da dirci, mi riempie di gioia e mi ha generosamente elargito una importante lezione.
Per godere del lieto fine dobbiamo arrivare al termine della storia.
Tutto quello che viene prima fa parte del racconto e conta ancor più del finale.
Vi saluto con il link di oggi.

MARIAPIERA MIELE

Il “se” e la sua comitiva

Se non avessi dovuto fare benzina, non sarei arrivata tardi.

Se avessi più tempo, mi iscriverei in palestra.

Se non vivessi in una piccola città, avrei molte più possbilità di realizzarmi.

Se mia suocera non fosse così odiosa, il mio matrimonio funzionerebbe meglio.

Potrei andare avanti ad oltranza ed esaurire anche la pazienza del mio computer.

Se….se……se…..se……

Gli indiani dicono che quanti meno “se” ci sono nella nostra vita, tanto più siamo in equilibrio con noi stessi.

Certo, è semplice parlare quando si vive nella parte orientale del mondo.

Meditazione, buddismo, ritmi lenti, sorrisi ovunque, gentilezza, ascoltare il prossimo, rispettare il prossimo, aiutarsi.

Per noi, invece, che rappresentiamo “la parte civile del momdo”, non è così facile.

Noi non abbiamo tempo per sorridere, ascoltare qualcuno, rispettare qualcuno, aiutare chiunque, rallentare il ritmo, essere gentili. Sorridere poi! Perchè? Ce n’è motivo?

Torniamo seri, allora.

Ho molti colleghi indiani, li conosco da tanti anni e stare con loro, vi assicuro, è come una settimana di relax in un hotel di lusso con spa.

Eppure i problemi sono patrimonio dell’umanità. Chi non ne ha?

Anche loro ne hanno, ma questo non cambia il loro modo di vivere.

Non ne sono minimamente scalfiti.

E’ a loro che devo il mio primo proposito per il 2020.

Leggerezza”, è il nome che gli ho dato.

Spero che nessuno di voi si aspetti da me la ricetta.

Posso condividere con voi, però, il mio ragionamento.

La logica ci dice che non possiamo cambiare nulla di ciò che ci circonda.

Non possiamo intervenire sul carattere del collega opportunista di turno.

Non possiamo intervenire sulla suocera.

Non possiamo cambiare l’assetto urbanistico della città dove viviamo.

Non possiamo costringere chi è a più stretto contatto con noi a comportarsi nella maniera che più ci rende felici.

Ed anche in questo caso potrei andare avanti all’infinito.

Quello che ci è dato fare, però, è intervenire su noi stessi.

Questo insostituibile potere, ve lo assicuro, non ce lo può togliere nessuno, a meno che non siamo noi a permetterlo.

Li ho osservati bene (gli indiani).

C’è un punto comune, che seguno tutti.

Tengono fede a se stessi.

Non fanno nulla, ma proprio nulla, che non rispetti quello che sono.

Sinceramente, credo che il segreto sia solo questo.

Tener fede a se stessi, rappresenta il punto di inizio e il punto di arrivo.

Vuol dire che tutto nella nostra vita deve rispettare chi siamo.

Dal lavoro, alle amicizie, all’amore, agli hobby. Tutto.

Certo è un gran casino.

Come si fa?

Probabilmente, molti di noi, non hanno rispettato se stessi neanche in uno degli aspetti elencati.

Vi do una notizia, però.

Siete sempre in tempo.

Una volta, una mia cugina americana mi ha detto.

You are alive, do something!”.

“Tu sei viva, fa’ qualcosa!”

Iniziate oggi stesso, sempre a piccoli passi.

Partite da ciò che vi è più facile. Trattatevi bene, non mettetevi in difficoltà.

Sedetevi su una poltrona. Svuotate la mente il più possibile. Ascoltatevi. Fate amicizia con voi stessi.

Chi sono? Cosa mi piace e cosa non mi piace?

Ricordate la commedia americana “Se scappi ti sposo,” con Julia Roberts e Richard Gere?

La protagonista, il giorno del suo matrimonio scappa durante la funzione in chiesa.

Dopo varie fughe e vari matrimoni annullati, si rende conto che il problema non è il fututro marito di turno, ma lei.

C’è un particolare del film, davvero un’inezia, che mi fa sempre riflettere.

Il modo in cui lei preferisce mangiare le uova, cambia insieme al fidanzato del momento.

“L’uovo preferito” del fidanzato diventa anche il suo.

Quando finalmente capisce che deve ricominciare partendo da se stessa, cucina l’uovo in una quindicina di modi diversi.

Li assaggia tutti, per scoprire che le piace solo in un modo. Il suo modo, appunto.

Se pensate di non sapere da dove iniziare, non spaventatevi.

Si inizia dalla piccole cose.

Come vi piace mangiarlo, l’uovo?

Non abbiamo bisogno di aiuto.

Sono io l’ostacolo di me stessa.

NO HELP.

MI SONO PERSA

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. Perciò l’eccellenza non è un’azione, ma un’abitudine,” diceva Aristotele.

La routine quotidiana, per molti di noi, è un insieme di azioni che si ripetono in maniera identica ogni giorno.

Mi sveglio, mi alzo, faccio colazione, mi preparo, esco di casa, porto i bambini a scuola, o, se non ho bambini, vado a lavoro, o, se non lavoro, vado a fare delle commissioni e così via.

Noi siamo questo?

E’ la domanda che mi pongo tutte le volte che mi capita di leggere questa citazione.

Io sono questo?

Ma noooo, dico istintivamente.

Dentro di me, però, c’è una vocina, che è un po’ come il grillo parlante di Pinocchio.

Ne sei sicura?

Da quanto tempo la tua giornata va avanti così?

Quando è stata l’ultima volta che si è svolta diversamente?

E anche se dicessi….beh, la settimana scorsa!

Non vale.

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente,” cioè, più o meno, ogni giorno. Non, una volta in sei mesi.

Quindi?

Quindi è successo che sono stufa!

Vi ricordate Sandra Mondaini, in Casa Vianello?

Che barba, che noia! Ma guarda che io son stufa eh? Io son stufa!

Ecco, questa sono io, caro Aristotele.

La mia routine sarà anche quel noioso elenco, ma non sono io.

E te lo dimostrerò…..prima o poi.

E’ il prima o poi, il problema.

Forse perchè dimentichiamo che il tempo a nostra disposizione ha una data di scadenza.

Poi, leggendo il post di Ely, del blog “Too happy to be homesick”, ho avuto un’illuminazione.

Ely scrive:

La bussola si è rotta.

La mappa si è strappata.

Mi sono persa.

Sono libera.”

Dobbiamo perderci, non c’è altra soluzione.

Perdersi significa liberarsi delle etichette che limitano e incanalano la nostra vita, ogni giorno, sempre nella stessa direzione.

Perdersi significa ricominciare daccapo, con la maturità e le esperienze conquistate.

Perdersi significa alleggerire la nostra mongolfiera per volare più in alto, o semplicemente per direzionarla meglio.

Perdersi significa venir fuori per quello che siamo.

Perdersi è spogliarsi. E, solo spogliandosi di ciò che non ci appartiene, possiamo vedere cosa c’è sotto.

Così da poter poi esclamare:

Ma dai? Sono io questa?

Non lo sapevo.”

E come si fa?

La risposta è difficile, ma non impossibile.

Ognuno di noi vibra, si accende ed è felice in alcune circostanze.

Tutti, nessuno escluso. Ed è da lì che dobbiamo partire.

Le emozioni positive che proviamo, anche se molto saltuariamente, dobbiamo fare in modo di moltiplicarle. Siamo noi l’unica cassa di risonanza che può farlo.

Non ignoriamole.

“Mi sono emozionato sentendo quell’amico che ha fatto snorkeling la scorsa estate.”

Benissimo, iniziamo iscrivendoci ad un corso per sub.

“Che bello sentire il racconto di quell’amica che tre volte all’anno va in giro per mercatini dell’antiquariato.”

Perfetto, iniziamo anche noi.

Non rimandiamo, mai, per nessun motivo, quello che ci fa stare bene.

Ogni giorno è una nuova opportunità.

Ascoltiamoci, sempre.

E’ il collegamento con noi stessi che deve rimanere costantemente attivo, non quelo con il cellulare.

La mente ci parla di continuo, siamo noi che facciamo i sordi.

Vi propongo di istituire nella vostra routine, la rubrica “Un proposito al giorno.”

E’ intutile dire che deve essere “al giorno” e non “alla settimana”, altrimenti Aristotele ci rimprovera.

Ricordate…..”Siamo quello che facciamo ripetutamente.”

Ogni giorno fate in modo da far vibrare il vostro dono.

Conquistatevi.

Impegnatevi affinchè il vostro sé si innamori così follemente di voi che sia costretto ad uscire allo scoperto.

Sarà dura, non c’è dubbio.

Ma, dite un po’……avete qualcosa da perdere?

La vera libertà dei delfini è solo in mare.

Tocca a voi trovare la vostra.

Buttati che è morbido.

Un caro amico una volta mi ha detto:
“Se corri, terrorizzata, perchè ti sta inseguendo un leone, allora è giusto. Saresti matta se non lo facessi.
Se corri, terrorizzata, perchè ti sta inseguendo un gatto, allora forse c’è qualche problema.”
Sono entrambi felini, però, a meno che non soffriamo di un’allergia mortale al gatto, la nostra corsa, nel secondo caso è ridicola.
E’ ovvio che scappiamo dal micio, perchè per noi ha le sembianze di un leone.
Ci tocca, quindi, fare un controllo alla vista ed indossare gli occhiali giusti.
Come?
Cambiando prospettiva.
Ieri ho visto il film “Quelle brave ragazze”. E’ la storia di quattro amiche che, per una serie di motivi, si ritrovano senza un soldo e con tanti problemi. Decidono di travestirsi da uomini ed iniziare a rapinare banche. Una di queste ragazza è sposata con un uomo violento, che la picchia a suo piacimento.
Lei è talmente paralizzata dalla paura che l’unica reazione che riesce a mettere in atto è andare in chiesa e pregare, augurando al marito di morire.
Tutti a partire dal prete, cercano di farla ragionare.
Devi lasciarlo, devi andare alla polizia, devi denunciarlo e così via.
E’ la cosa più ovvia. Lei, però, pur sapendolo, è paralizzata.
Quando decidono, travestendosi da uomini, di iniziare a fare rapine, inaspettatamente lei si rivela la più coraggiosa. E’ colei che non si tira mai indietro. Non ha paura e incita le altre.
Non vi racconto il finale, ma potete intuirlo.
Ho riflettuto tanto dopo il film e sono giunta ad una conclusione.
Anzichè ostinarci augurandoci che una certa paura si dissolva, impariamo a conviverci senza ribellarci. Iniziamo a dirottare le nostre energie (quelle che finora abbiamo consumato, inutilmente, per opporci a quell’emozione), affrontando cose adatte a noi. Dedicando tempo a tutto ciò che ci viene naturale, semplicemente perchè fa parte di noi. Ciò che ci rappresenta.
Siamo noi, appunto. Permettiamo a noi stesse di esprimerci attraverso altri canali.
Dobbiamo aggirarla la paura. Agire di furbizia. Del resto come potreste salvarvi dall’attacco di un leone? Non certo con la forza durante una lotta a tu per tu.
Potremmo solo astutamente seminarlo…..depistarlo.
Depistiamo le nostre incertezze e quello che ci fa barcollare, facendo altro. Qualcosa che non riguarda, nella maniera più assoluta, ciò che temiamo.
Doabbiamo solo venir fuori, cambiando strada.
Ricordandoci di agire sempre con piccoli passi alla volta. Non pensate mai la muro finito. Mettiamo su un mattoncino per volte ed in men che non si dica l’opera sarà completata.
Vi consiglio di gurdare il film. Scrivetemi poi i vostri commenti e quali pensieri vi ha suscitato.
Vi saluto con la canzone “adatta!”
https://youtu.be/D1ZYhVpdXbQ