Incontri di paglia

E quando un uomo balla come un bambino, senza accorgersi di essere guardato, magari accompagnando la musica con la sua voce, ci si può solo innamorare.
Al di là del cappello, gli occhi di Stella stanno guardando Luca, nella folla di una serata di musica live per le strade di Polignano, mentre canta a squarciagola “Centro di gravità permanente” e balla con movimenti in stile adolescente impacciato pensando di non esser visto. Quel viso pensieroso, nascosto da ribelli capelli castani e dall’azzurro del cappello, assorto forse nella musica, forse in altro, ha conquistato Stella come quando nella confusione di un negozio il primo giorno di saldi ci meravigliamo di trovare il vestito dei nostri sogni e pure della nostra taglia. Quando gli ultimi istanti della canzone Luca alza gli occhi, Stella, con i suoi lunghi capelli biondo cenere raccolti in un disordinato chignon nascosto dalla paglia del colorato cappello a righe, è già lì, di fronte a lui, con in mano due bicchieri, uno di rosso e uno di bianco. Peccato che il cappello aveva nascosto Giulia, fidanzata ufficiale, che afferra il braccio di lui, trascinandolo in quel delirio assordante e lasciando Stella sola e delusa.
Che poi chi l’ha detto che l’amore è lieto fine? L’amore è un sentimento imperfetto che si nutre di ostacoli, è questo a renderlo irresistibile. E lo dimostra l’incontro del giorno dopo in spiaggia tra Luca, Stella e nessun altro, in fila al bar per rimediare ai due bicchieri non bevuti la sera prima, in assenza di Giulia, a casa per postumi da sbornia. Dopo un ringraziamento speciale all’alcol e ai suoi effetti collaterali, tutto il resto è opera del sole, del mare e del vento.

Mariapiera Miele

La ragazza dalla chioma rosa

Ho guardato la ragazza dalla chioma rosa, seduta a piangere su un muretto di fianco la Fontana di Trevi, senza avere il coraggio di avvicinarmi e chiederle cosa fosse successo. Qualcosa mi dice che c’entrasse l’amore, quello c’entra sempre. Con il cellulare tra le mani un po’ sbirciava, un po’ piangeva piano. Una mano teneva il telefono, l’altra asciugava il viso. Ho sbagliato a non avvicinarmi e ho desiderato rimediare inventando una storia per lei, a lieto fine naturalmente.
C’era una volta una ragazza spagnola di nome Emma, a Roma per il progetto Erasmus da soli tre giorni. Fidanzata con un madrileno, come lei, che ha gettato la maschera poco dopo il decollo del suo aereo verso l’Italia.
In assenza di coraggio non si fanno scelte, si sfruttano le occasioni. Il messaggio con scritto “Prendiamoci una pausa” è arrivato subito l’atterraggio. E così ha inizio l’avventura di Emma, sola in un paese nuovo, sola in ogni caso. Qualcuno le ha detto che gettare una monetina nella fontana può portarle fortuna. Quella sera di monetine ne ha gettate tre, poi si è seduta ad aspettare, come se qualcosa potesse accadere da un momento all’altro. Non è accaduto nulla, lei era già salva, si era salvata da lui, ma era ancora presto per capirlo. È mezzanotte passata, inizia a fare freddo ed Emma si alza per andare via, dimenticando la sciarpa di morbida lana rosa, abbinata al colore dei suoi capelli. Lorenzo, il ragazzo che dall’altra parte della fontana aveva trascorso la sera ad osservarla, prende la sciarpa, ne respira l’odore e poi corre da lei per restituirla.
“Ciao, hai dimenticato questa” le dice sorridendo con gentilezza.
“Gracias” risponde Emma.
I due si guardano qualche istante.
“Ti ho visto piangere, posso aiutarti?”
Lei scuote la testa.
“Però posso mostrarti Roma, ti aiuterà.”
Lei sorride, non comprende ogni parola, ma non importa.
A volte l’amore resta in silenzio ed è doloroso ascoltare i nostri pensieri. Altre volte fa così tanto rumore da non farci sentire più nulla.
Lorenzo aveva rotto il silenzio.
Davanti il portone di casa Emma lo bacia.
Il dolore è la debolezza che se ne va.
Il suo era andato via per lasciar posto a Lorenzo, tutto il resto è un’altra storia.

Mariapiera Miele

Trentasei ore

Le foto “emozionali” sono come il testo di una canzone di Vasco Rossi.
Lei si chiama Frida e vive a Milano.
Lui è Tommaso e vive a Londra.
Da tre anni si incontrano per trentasei ore, due volte al mese, quando possono.
Sono innamorati.
Litigano tanto, come racconta quel bacio che non può attendere.
Lui ripartirà presto, sperando che dopo due settimane sia lei a raggiungerlo.
“Trentasei ore insieme sono anche troppe, di fronte all’alternativa di rinunciare a te” questo il saluto di Tommaso, ogni volta.
“Trentasei ore insieme sono il fuoriprogramma che ci tiene insieme” risponde Frida da tre anni.
Se trentasei ore siano abbastanza o no nessuno può dirlo, ma nel dubbio loro le riempiono di piccole cose, come cucinare insieme, ascoltare musica, bere un bicchiere di vino.
Si tradiscono? Forse, ma non importa!
Durerà? Nessun futuro potrà cancellare quello che è stato.
“…e a voi che storia viene in mente guardando questo bacio?”

Mariapiera Miele

Quando abolirono il lunedì


Quando abolirono il lunedì io ero intenta a rimuginare sulla terribile domenica passata a litigare con la signorina S. Le urla erano tali che non ascoltai la notizia.
Il giorno dopo preparai la borsa per la lezione di pilates.
Quando arrivai in palestra trovai solo i corsi del martedì.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola lunedì. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare un giorno della settimana ideato per punire la razza umana. Abolito a causa delle molteplici sofferenze da esso derivate.”
Quando abolirono il martedì io ero intenta a rimuginare sulla splendida domenica trascorsa con il signor N. Ero con la testa tra le nuvole e non prestai attenzione alla notizia.
Il giorno dopo preparai la borsa per la lezione di nuoto.
Quando arrivai in piscina trovai solo i corsi del mercoledì.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola martedì. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare un giorno della settimana ideato per sostituire il lunedì. Abolito a causa dello scarso successo.”
Quando abolirono il mercoledì ero intenta a terminare un infinito pranzo della domenica a casa di nonna T. Il cibo aveva tappato tutti e 5 i sensi, quindi non potei ascoltare, o leggere, od odorare, o toccare o assaporare la notizia.
Il giorno dopo preparai la borsa per andare al corso di inglese.
Quando arrivai trovai solo i corsi del giovedì.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola mercoledì. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare un giorno della settimana ideato per illudere quelli che credono che essere a metà percorso significhi stare a buon punto. Abolito dopo richiesta di quelli che non credono nel bicchiere mezzo pieno.”
Quando abolirono il giovedì io ero intenta a districarmi nel traffico estivo della domenica. I clacson delle macchine intorno a me producevano un rumore così assordante che non sentii la notizia alla radio.
Il giorno dopo preparai la borsa per il corso d’aggiornamento.
Quando arrivai trovai solo i corsi del venerdì.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola giovedì. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare un giorno della settimana vicino al weekend ma feriale a tutti gli effetti. Abolito a causa dell’evidente ruolo ingannevole e maligno.”
Quando abolirono il venerdì io ero alle prese con una domenica passata a finire un thriller spaventoso. Ero così tanto terrorizzata che non volevo vedere né ascoltare nessuno. Non ebbi modo di venire a saperlo.
Il giorno dopo mi preparai per l’aperitivo del venerdì. Quando arrivai al bar non c’era nessuno, invece la pizzeria di fianco era stracolma.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola venerdì. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare il giorno della settimana più atteso, in quanto preludio al weekend. Abolito a causa delle numerose aspettative sul weekend non soddisfatte.”
Quando abolirono il sabato io ero intenta a trascorrere una domenica di meditazione nei boschi. Ero così lontana dal mondo che nessuno poté avvisarmi.
Il giorno dopo mi preparai per la solita pizza del sabato sera. Quando arrivai, il locale era chiuso. La scritta recitava Oggi è domenica, giorno di chiusura settimanale.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola sabato. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare il giorno della settimana dedicato al divertimento, agli amici e a tutto ciò che si vuol fare. Abolito dopo ripetuta constatazione di eccessivo desiderio di pizza a discapito di altre attività.”
Quando abolirono la domenica io ero intenta a crogiolarmi nel letto per godermi il dolce far niente del giorno di festa, quando la sveglia suonò. Pensai di sognare, quindi la spensi e ritornai a dormire.
Il giorno dopo preparai la borsa per andare a lavoro.
Quando arrivai in ufficio trovai un biglietto sulla mia scrivania.
Sei licenziata.
Tornai a casa e scrissi su Google la parola domenica. Questo è ciò che apparve sullo schermo:
“Termine utilizzato per indicare il giorno della settimana dedicato al riposo. Abolito a causa della scorretta applicazione dello stesso.”
Mariapiera Miele

Acqua alta a Venezia

ACQUA ALTA A VENEZIA

Questo è il racconto di una notte qualunque a Venezia in compagnia delle sirene, per ricordare a chi ancora non ha raggiunto un luogo al coperto di farlo, prima che l’acqua alta lo impedisca.

1. SEGUIRE LA DIREZIONE

Convivevo con le sirene da venticinque anni essendo nata e cresciuta qui ma, ciò che accadde in quelle ore buie, mi rese sorda a quel familiare suono, insegnandomi che le sirene che danno l’allarme nella vita, il più delle volte, sono altre.

La sera in questione l’acqua sembrava avere fretta. Per quanto accelerassi il passo, i ciottoli delle calli vicino piazza San Marco sembravano dileguarsi per far posto alla laguna. I canali, anche quelli più piccoli, apparivano dilatati e non se ne scorgevano più i confini. Provai a correre, ma ero come frenata nei movimenti. Sarebbe stato impossibile raggiungere Cannaregio, dove abitavo. Ragionai sul da farsi, respingendo l’ansia che cercava di attanagliarmi. Non lontano da dove mi trovavo, abitava la proprietaria della libreria che mi aveva visto imparare a leggere. Susanna era una signora sulla cinquantina, bizzarra e all’apparenza svampita. Nonostante l’evidenza aveva una parola gentile per ciascuno dei clienti della sua libreria, anche per chi entrava nel negozio solo per curiosare. Un giorno, avrò avuto quattordici o quindici anni, mi recai nella sua libreria per comprare un libro di avventura. Corsi verso lo scaffale che ospitava il volume per il quale avevo pazientemente risparmiato, ma tutte le copie erano state vendute. Rimasi immobile, spiazzata dall’accaduto. Susanna si avvicinò e mi disse “non preoccuparti Agnese, il libro è da qualche parte che aspetta che tu lo vada a cercare. Lo troverai.” Non capii il senso delle sue parole ma l’idea che esistesse un luogo, diverso da una libreria, dove i libri attendevano il nostro arrivo, mi rese così felice che dimenticai totalmente la mia delusione. La sua vita sembrava essere confinata alla libreria. Viveva da sola e non era mai capitato di recarmi a farle visita. In quel frangente era la mia unica salvezza. Mi diressi più in fretta che potevo verso casa sua. Giunsi davanti al portone e, se l’acqua non fosse stata così spaventosa, probabilmente non avrei avuto il coraggio di bussare. Susanna si affacciò alla finestra per controllare chi fosse, mi vide, fece un cenno con la testa e mi aprì.

Era una casa a due piani e il pianterreno venne inondato d’acqua in seguito al mio ingresso. Susanna si sporse dalle scale.

“Ciao Agnese, sali.” Mi fornì un asciugamano ed un paio di pantofole asciutte.

Appena misi piede in soggiorno non potei fare a meno di pensare che la casa era esattamente come la immaginavo. Centinaia di libri avevano costruito quattro mura, dando forma al luogo adatto ad ospitarli. Non c’erano mobili, se non librerie. I piedi del tavolo al centro della stanza altro non erano che vecchi libri incollati tra loro. Lo stesso valeva per le sedie. A parte i cuscini, la casa sembrava esser fatta di carta scritta, assemblata e modellata in modo da sembrare altro.

L’odore inebriante dell’enorme quantità di volumi presenti impreziosiva lo scenario, arricchendolo di note di inchiostro, vaniglia e talco mentolato. Veniva voglia di avvicinarsi alle pareti e accarezzarle, come a voler udire ciascuna delle storie raccolte in quella stanza.

“Susanna ti chiedo scusa per essermi presentata senza preavviso, ma non avrei potuto raggiungere casa mia e tu sei l’unica persona che conosco in questa parte della città.”

“Non scusarti, non serve. Evidentemente l’acqua ti ha portato da me. Vieni in cucina, avrai fame. Non hai nessuno da avvisare giusto?”

“Si” risposi quasi ferita dalla verità pronunciata senza troppi giri di parole.

Ero abituata ai suoi modi gentili e diretti ma quella sera ero in uno stato di allerta che non sapevo decifrare.

Era passato un anno esatto dall’incidente stradale dei miei genitori. Oggi era l’anniversario del giorno in cui la mia vita aveva inaspettatamente deviato da figlia ad orfana e avevo come la sensazione che qualcosa stesse per succedere.

Susanna mi offrì una cena leggendaria, non tanto per quello che mangiammo, ma per i numerosi racconti che fecero da condimento, abilmente adoperati, senza esagerare.

A fine pasto l’ansia era quasi svanita. Tornammo in soggiorno e la mia attenzione fu rapita da un pianoforte sorprendente che prima, appena entrata, non avevo notato. La struttura principale dello strumento era in legno, i tasti erano stati realizzati con le pagine di libri antichi, pressate a tal punto da ingannare uno sguardo distratto. Susanna lesse i miei pensieri, si diresse al piano, si sedette e cominciò a suonare. Con mio grande stupore, il suono che ne proveniva, era indistinguibile da quello di uno strumento vero.

“Come ci riesci?” Le domandai.

“A far cosa?”

“A suonare” risposi come se fosse ovvio.

“Muovo le dita sui tasti e lui” disse indicando l’oggetto, “essendo un pianoforte risponde ai miei movimenti. È tua abitudine fermarti alle apparenze?” Mi chiese fissandomi con lo sguardo birichino.

“Non lo so, dipende.”

“Da cosa?” Incalzò quasi sorpresa.

“Dalle situazioni. Ci sono circostanze che richiedono più attenzione di altre.”

“Sbagliato. Le circostanze che non richiedono attenzione sono le più pericolose. Si adoperano per non essere notate perché evidentemente hanno qualcosa da nascondere.”

“Il tuo pianoforte allora è innocente. Non si può fare a meno di guardarlo.”

“Sbagliato anche adesso. Quando sei entrata non l’hai visto. Hai avuto bisogno di un secondo sguardo per accorgerti della sua presenza.”

“Non potevo scovarlo a prima vista, c’erano troppi oggetti straordinari.”

“Questo è esatto. Lascia però che ti dia un consiglio. Quando troppa stravaganza è intorno a te, soffermati su una cosa alla volta e ciò che conta si rivelerà.”

Annuii non sapendo cos’altro aggiungere, come sempre dinanzi ai suoi indecifrabili consigli.

Susanna riprese a suonare e mi accorsi che la musica era l’elemento che serviva a quella stanza per divenire perfetta. Le note del pianoforte facevano vibrare le mura di carta e una danza nasceva ad ogni intonazione.

Mi accomodai sul divano di carta blu, scuro come se l’inchiostro contenuto nei libri si fosse allargato a coprire il bianco di ogni singola pagina, donando alla seduta una sfumatura ferrosa che contrastava con la morbidezza dei cuscini che la ricoprivano.

Mi sentivo stanca e fu per questo forse che mi ritrovai a chiudere gli occhi e cadere in un sonno profondo.

2. ARRIVANO OSPITI

Aprii gli occhi. Avevo dormito qualche minuto, o qualche ora, o forse giorni, pensai quando mi guardai intorno.

La stanza al mio risveglio era gremita da una folla di persone che sembravano provenire da luoghi a me sconosciuti. Le ipotesi erano due. O stavo assistendo ad una festa in maschera oppure gli abitanti di epoche lontane si erano dati appuntamento. Parlavano tutti a gran voce ed era impossibile riuscire a capire di cosa. Ognuno sembrava seguire il suo personale filo del discorso, ignorando completamente tutti gli altri. Il risultato era un brusio assordante, come se tanti insetti fossero stati imprigionati in un piccolo spazio.

L’abbigliamento poi!

Mai mi era capitato di vedere stoffe così variamente colorate, accostate una di fianco all’altra, utilizzate per dar forma ad abiti che sembravano appartenere a tempi lontani. Tutte le sfumature cromatiche della tavola dei colori popolavano il soggiorno. Apparivano come l’opera di un pittore ubriaco.

L’ebrezza olfattiva che aveva accolto il mio ingresso nella casa di Susanna era stata sostituita da una biblioteca di odori accostata alla stessa maniera dei colori delle stoffe. Mi alzai e mi diressi verso la folla.

Camminavo avanzando lentamente, in modo da poterli osservare con attenzione.

Nessuno faceva caso a me. Provai anche a fingere di sfiorare involontariamente l’elegante signora in abito verde scuro dai modi vezzosi intenta a passeggiare come lungo un viale alberato. Neanche un sussulto, come se il contatto tra me e lei non fosse avvenuto.

Decisi di usare la voce.

“Buonasera a tutti. Qualcuno di voi sa dirmi dove si trova Susanna?”

Non ricevetti risposta. Neanche si girarono a guardarmi. Ero invisibile.

Decisi allora di tornare alla base, il divano.

Nuovamente seduta, all’improvviso mi ricordai delle parole della libraia.

“Quando troppa stravaganza è intorno a te, soffermati su una cosa alla volta e ciò che conta si rivelerà.”

Soffermarmi su una cosa alla volta. Lo spettacolo al quale stavo assistendo si contrapponeva in maniera evidente a quella che era la stanza poco prima che mi addormentassi.

Tutto ciò che adesso mi circondava era imperfetto.

Mi alzai nuovamente dal divano e riprovai a camminare in mezzo alla folla, provando a mettere a fuoco una cosa alla volta.

Mentre la mia vista scorreva come se avessi davanti un elenco di nomi e ne stessi cercando uno solo, la mia attenzione fu catturata da un uomo molto distinto, elegantemente abbigliato, con un cilindro nero in testa. Era seduto su una sedia di fianco ad un tavolino sopra il quale c’era un telefono, di quelli con la cornetta, lucidi come la madreperla e con la rotellina dei numeri in ottone splendente. Dall’altro alto del tavolo c’era un bambino di nove o dieci anni, anche lui dotato di un telefono a cornetta, forse meno prezioso. Vidi il ragazzino comporre un numero facendo roteare il dito. Pochi istanti dopo il telefono dell’elegante signore dall’altra parte del tavolo iniziò a squillare.

Con mia grande sorpresa, il gentiluomo alzò il ricevitore e cominciò a raccontare una favola, senza pronunciare l’abituale “pronto”, che accompagna solitamente l’inizio delle nostre conversazioni telefoniche.

Riuscivo ad ascoltare anche io il racconto. Il brusio di sottofondo provocato dall’enorme folla infatti si era dissolto. La favola che stava raccontando mi era familiare ma non avrei saputo dire altro.

Terminata la storia il bambino scomparve e fu sostituito da una bambina più piccola, forse di cinque o sei anni che, alla stessa maniera del suo predecessore, compose il numero facendo squillare il telefono dell’uomo col cilindro nero.

Anche questa volta niente saluti formali, bensì una favola.

Distinguevo ogni parola in maniera nitida, come se nella stanza fossimo stati solo in tre.

“Quando volarono cappelli a Milano……”

Mi bastò ascoltare le prime parole per ricordare che quel racconto lo conoscevo a memoria. Era nel libro di Gianni Rodari, Favole al telefono. Era il mio libro preferito da bambina. Adesso capisco perché il racconto di prima mi era familiare, faceva parte del libro anche lui.

Senza accorgermene stavo pensando ad alta voce.

Il signore al telefono mi fece segno di fare silenzio.

Terminata la storia mi avvicinai a lui.

“Lei può sentirmi?”

“La sento e la vedo alla perfezione direi.”

“Forse potrebbe aiutarmi. Sto cercando una signora di nome Susanna. Ero nel soggiorno di casa sua. Mi sono addormentata sul divano e al mio risveglio la stanza era piena di persone a me sconosciute.”

“Cara signorina io non vedo nessuno nella stanza a parte me e lei.”

“Ci sono anche i bambini che le telefonano” risposi con disappunto credendo che il raccontastorie volesse ignorarli.

“C’è il telefono al quale rispondo, ma non posso di certo vedere i bambini dall’altra parte del ricevitore.”

“Guardi bene” gli dissi indicando con il dito il bambino di turno e la folla colorata intorno a me.

Mi accorsi in quell’istante che nella stanza non c’era più nessuno a parte noi due.

“Si sente bene signorina?”

“No, ma non si preoccupi.”

“Lei è sicura che le persone che dice di vedere non fossero qui con noi anche prima del suo riposino?”

“Lo ero, fino a qualche minuto fa, ora non più.”

“Non è educato da parte mia non essermi ancora presentato. Mi chiamo Giovanni De la Corte e sono il raccontastorie ufficiale del libro Favole al telefono, di Gianni Rodari. Il suo nome qual è signorina?”

“Mi chiamo Agnese Randelli e sono qui perché ho dovuto rifugiarmi a casa di Susanna a causa dell’acqua alta.”

“Che tipo di acqua alta?”

“L’acqua alta a Venezia. Non potevo raggiungere casa mia.”

“Venezia, che meraviglia.”

“E mi dica cosa ci fa lei qui?”

“Non comprendo la sua domanda.”

“Come mai è qui, nel soggiorno della mia amica?”

“Sono qui da sempre e ad esser precisi non mi hanno mai cambiato di posizione.”

“Quindi vive qui?”

“Esattamente.”

“Ma io non l’ho vista quando sono entrata in casa. Era nascosto forse?”

“Non mi offenda signorina. Vorrei in questa sede sottolineare che occupo la fila centrale della parete principale, ad altezza occhi, da più di trent’anni!”

“Adesso sono io che non la comprendo.”

“Mi spiegherò meglio. Il mio volume si trova nella parete più importante della casa, quella che accoglie gli sguardi degli ospiti al loro arrivo.”

“Il suo volume……? Un momento…..lei è un personaggio di uno dei libri che formano le mura della stanza!”

“Non mi offenda nuovamente signorina. Io non sono un personaggio, bensì il personaggio fondamentale di uno dei libri più belli di tutta la libreria.”

“Ecco forse spiegato il motivo di tanta folla nella stanza. Si tratta dei personaggi dei libri che popolano casa di Susanna.”

“Io non posso vederli. Nessun libro sa quello che accade fuori dalle sue pagine. Non conosce i lettori ed ignora il mondo fuori. Ecco perché le ho domandato se fosse sicura che le persone da lei indicate non fossero presenti anche prima che lei si addormentasse.”

“C’è ancora qualche passaggio poco chiaro. Perché solo lei può vedermi e sentirmi?”

“Qual è stato il primo libro che ha letto?

“Prima che imparassi a leggere era mia madre a raccontarmi una favola ogni sera. Dopo aver scoperto la magia della lettura personalmente, il primo libro che ho letto è stato Favole al telefono, di Gianni Rod….”.

Mi fermai un momento a riflettere sull’evidenza.

“Il suo!” Esclamai indicando l’elegante signore.

“Questo conferma la mia importanza” affermò lui con un’alzata di sopracciglio.

“Non potrei mai scordare la sera in cui la mamma mi consigliò di leggere questo libro. Avevo avuto una brutta giornata a scuola. La maestra aveva letto un racconto, ma a me non era piaciuto il finale. Così avevo alzato la mano per dirle che avremmo dovuto inventarne un altro. La maestra mi rimproverò, dicendomi che dovevo stare attenta a quello che veniva fatto in classe anziché perdermi nelle mie fantasie. Ecco perché quella sera mia madre decise che era giunto il momento di iniziare a leggere un libro dove il finale poteva sceglierlo il lettore.”

“Concordo con sua madre signorina e aggiungerei che un mondo senza lettori ospiterebbe solo libri muti. Nessuno vieta al lettore di diventare autore e liberare la fantasia.”

“Quella sera mia madre mi chiese di farle un regalo. Mi disse che ognuno è fatto a suo modo e non tutti rispettano il prossimo ecco perché dovevo prometterle che sarei stata per sempre la migliore amica di me stessa.”

“Ha tenuto fede alla promessa?”

“Forse…..” risposi abbassando lo sguardo.

3. LE APPARENZE

Qualcosa scuoteva il mio corpo, aprii gli occhi e vidi il viso sorridente di Susanna.

“Agnese cara ti sei addormentata” mi disse.

Mi guardai intorno scoprendo che la folla non c’era più. Avevo sognato tutto?

“Ti senti bene?” Mi chiese Susanna.

“Credo di aver fatto un sogno. Ero nel tuo soggiorno senza di te ma in compagnia dei personaggi di tutti i tuoi libri. Nessuno di loro poteva sentirmi, tranne uno.”

“Quale?”

“Il raccontastorie del libro di Gianni Rodari, Favole al telefono. Un elegante signore che con orgoglio mi ha detto di occupare da molti anni la parete più importante di questa stanza.”

“Vogliamo verificare?” Mi sfidò Susanna con un sorriso. “Dove ha detto di trovarsi?”

“Nella fila centrale della parete principale ad altezza occhi.”

Susanna si diresse verso la parete indicata, scorse velocemente i titoli presenti in quel punto e ne tirò fuori uno.

“Eccolo qui. Il raccontastorie diceva la verità.”

Non fui poi così stupita. In compagnia di Susanna accadevano sempre cose inspiegabili e ritenevo poco interessante chiedersi il perché.

“Tra tanti libri avevi bisogno di lui, a quanto pare.”

“Cosa vuol dire?”

“Quando c’è qualcosa che mi turba vengo a sedermi su questo divano, circondata dai miei amici speciali. Chiudo gli occhi e cado in un sonno profondo. È l’unico modo che ho per entrare nel loro mondo e ascoltarne i preziosi consigli. I personaggi del libro che verranno a farmi visita nel sonno sono gli unici che in quel momento possono davvero aiutarmi.”

“Il libro di Gianni Rodari di cui ti ho parlato ha reso sopportabile venticinque anni di insicurezze e ha giustificato l’esistenza della mia fervida fantasia.”

“Se è venuto a farti visita un motivo ci sarà!”

Restai in silenzio qualche istante poi, pur sentendo un calore rosso infiammare le mie guance, condivisi con Susanna i miei pensieri.

“Anche oggi, in negozio, è venuto a fare acquisti quel ragazzo di cui ti ho parlato. Abbiamo scambiato due chiacchiere, poi quando stava per andare via si è voltato a guardarmi e sembrava che stesse sul punto per chiedermi di uscire.”

“Ma non l’ha fatto. Lo sai come la penso. Tu lavori in un negozio che vende ottima cioccolata ma, anche se fosse la migliore di tutta Venezia, non giustificherebbe la sua presenza lì quasi ogni giorno.”

“Ama il cioccolato, evidentemente.”

“Solo se a venderlo sei tu, altrimenti potrebbe recarsi in una delle tante alternative in centro. Questa volta vi siete presentati?”

“Si chiama Vittorio Manin, non so altro.”

“Mi suona familiare. Descrivimelo.”

“Alto forse un metro e ottanta, bruno, occhi verdi, sempre elegante. Dimenticavo…..è bellissimo. Te lo avevo già detto?” Le dissi sorridendo.

“Tesoro mio, questi sono i requisiti minimi affinché lui sia alla tua altezza e il libro scelto per il tuo sogno ne è la conferma.”

“Io non so nulla di lui e non riesco a capire il legame che c’è con il libro.”

“Vittorio Manin….” vidi Susanna fare una salto dal divano. “Il figlio della signora Manin si chiama Vittorio. Sono clienti della mia libreria. È una famiglia molto in vista. La mamma è una signora cordiale un tantino snob, ma fa parte del gioco. Il papà non lo conosco. Sono i proprietari della gioielleria più antica di Venezia, vicino piazza San Marco.”

“La conosco, anche se non ci sono mai entrata. Sei sicura siano loro? Lui mi è sembrato molto alla mano.”

Susanna non sembrò ascoltarmi.

“Per il momento terrò sotto esame lui. Alla mamma penseremo in futuro.”

L’acqua alta non mi permise di rientrare a casa e Susanna fu felice di ospitarmi per la notte.

La mattina seguente, dopo avermi preparato una ricca colazione, mi disse di seguirla fino al suo armadio. Tirò fuori così tanti completi eleganti che non potetti fare a meno di rimanere interdetta pensando al look genere figlia dei fiori che rappresentava Susanna da quando la conoscevo. Lei, ovviamente, aveva già letto nei miei pensieri.

“Non vergognarti del tuo stupore. Mi piacciono i bei vestiti, i bei completi e tutto ciò che genera in me armonia. Semplicemente non mi piace indossarli. Scegli quello che vuoi.”

“Non potrei mai, ti ringrazio.”

“Agnese cara se non li prenderai tu, lo farà la muffa. Credi che lei sia più degna di te?”

“Non è necessario, sto solo andando a lavoro.”

“I vestiti che indossavi ieri sera sono ancora bagnati e anche se non lo fossero ti impedirei di metterli.”

“Preferisco rimanere all’oscuro del motivo.”

“Agnese cara sei sempre stata timida con il mondo, come se qualcosa ti impedisse di mostrarti per quello che sei. Se non riesci a farlo con le parole, lascia parlare gli abiti per te. Cedi a loro la parola, vedrai che ti aiuterà.”

“Hai mai sentito il detto l’abito non fa il monaco? O non fermarsi mai alle apparenze….e potrei ad andare avanti ad oltranza.”

Susanna mi guardò dritta negli occhi e mi disse:

“Il modo in cui tu ti presenti al mondo ogni giorno pensi ti rappresenti al meglio?”

“No”.

“Benissimo” disse lei soddisfatta “vorrà dire che abbiamo semplicemente trovato un altro modo per stare al mondo senza tener fede a se stessi. Almeno questo è gradevole alla vista.”

Parole di questo tipo avrebbero offeso chiunque, ma non se pronunciate da Susanna.

Mancava un mese a Natale, così scelsi una camicia in chiffon di seta rossa che indossai su un pantalone nero, completando l’outfit con un paio di scarpe dal tacco alto.

“Agnese cara saresti bellissima comunque, anche senza questi vestiti. Colui il quale ti amerà davvero non avrà bisogno di abiti costosi per accorgersi di te. Per il momento questi servono più a te per mantenere la promessa fatta a tua madre. Al momento giusto te ne libererai.”

Susanna si avvicinò e mi strinse forte. Non ero solita a questo genere di esternazioni. Sono sempre stata timida e i miei genitori erano i soli con i quali riuscivo a parlare liberamente.

Mi era sempre piaciuto non essere vista e ero un’esperta nell’inventare modi per diventare invisibile. L’idea che un ragazzo così bello potesse avere interesse per me mi faceva sentire come la protagonista di una favola.

4. CUPIDO E LA CIOCCOLATA

La mia infanzia, nei miei ricordi, è come se fosse stata scritta da un artigiano delle favole. Sono nata e cresciuta in una famiglia amorevole. Mia madre e mio padre erano entrambi insegnanti presso una scuola elementare. Si erano conosciuti giovanissimi al loro primo incarico e fu amore a prima vista.

Da bambina ogni sera i miei genitori mi leggevano una favola come solo loro sapevano farlo. I racconti, per loro bocca, sembravano prendere vita e io ne venivo rapita.

Avrei voluto immergermi in quei mondi per vivere le avventure sulla mia pelle.

La sera dell’incidente i miei genitori erano di rientro da un weekend in montagna. Un camion aveva invaso la loro corsia. Erano morti sul colpo.

Da quel giorno la mia vita cambiò per sempre e non solo perché rimasi orfana. La loro improvvisa scomparsa mi consegnò la parte di me che fino a quel momento non aveva avuto occasione di mostrarsi. Scoprii di essere forte, molto forte, perché altrimenti, come mi ripeto ogni giorno dalla loro morte, sarei dovuta morire anch’io.

Quando tornai al negozio, una settimana dopo la loro morte, un ragazzo iniziò a frequentare la cioccolateria dove lavoravo.

La prima volta che lo vidi era venuto a comprare della cioccolata per pura golosità e desiderava essere consigliato nella scelta. Gli indicai i vari gusti, elencando quelli più venduti e le ultime novità. Non sembrava avere fretta ed era come se stesse godendo dello stuzzicante profumo di zucchero e cacao che accoglieva chiunque entrasse.

Era alto, con gli occhi colorati di un pigmento verde messo lì a sottolineare il contrasto con i capelli scuri. Ciò che lo rendeva affascinante era il suo agire con sicurezza ed ironia, mostrandosi al mondo in maniera frivola e divertente.

Al momento di scegliere l’ultimo cioccolatino mi chiese quale fosse il mio preferito.

“Il gianduiotto” risposi “ quello classico.”

“Perché?” Domandò lui seriamente incuriosito.

“Non esiste a mio avviso un cioccolatino che più di lui sia in grado di viziare il palato. Ha quella strana forma trapezoidale del tutto poco invitante che pare nasconda il segreto della scioglievolezza. Qualsiasi dolcetto venga mangiato dopo apparirà totalmente insapore.”

Lui prima ne fu sbalordito, poi tornò in sé, schioccò uno splendido sorriso e mi disse:

“Per quale famoso marchio di gianduiotti lavori?”

Sorrisi anche io.

“Nessuno, ho solo detto la verità sul prodotto.”

“Il giorno che deciderò di lanciare una mia creazione sul mercato verrò qui da te a chiederti di pubblicizzarla.”

“Solo se potrò dire la verità” risposi scherzando.

“Me lo ricorderò.”

Da quel giorno aveva iniziato a venire al negozio assiduamente ed a trattenersi con ogni scusa più del dovuto. Ne avevo parlato solo con Susanna. Non ci eravamo ancora presentati fino a ieri e aver scoperto che appartiene ad una ricca famiglia di Venezia mi metteva a disagio.

Ero molto in ritardo e percorsi l’ultimo tratto correndo, nonostante i tacchi. Quando arrivai davanti la porta del negozio trovai lui, Vittorio, in attesa.

“Ciao” mi disse come se fossimo soliti incontrarci a quell’ora davanti la porta del negozio ancora chiusa.

“Ciao” risposi cercando di apparire naturale.

“Stiamo preparando degli omaggi natalizi per i clienti della nostra gioielleria e avevo bisogno di tutta la tua competenza per organizzare qualcosa di unico.”

“Hai una gioielleria?”

“Non te lo avevo detto. Ogni volta che qualcuno sente il mio nome lo associa a quello della gioielleria dei miei genitori. Quando mi sono presentato, ieri, ho pensato non fosse necessario specificarlo.”

“Non svolgo mai le stesse equazioni degli altri, ecco perché arrivo sempre dopo alle soluzioni.”

“Questo l’avevo capito dalla risposta sul gianduiotto, perché per me si era sempre trattato di un rettangolo.”

Scoppiammo a ridere insieme e fu bellissimo.

Impiegammo molto tempo a decidere che tipo di regali di cioccolato scegliere. Dopo svariati cambi di idee Vittorio optò per tante mini sculture di cioccolato che rappresentassero un ciondolo con su scritto il nome della gioielleria e il loro slogan.

“Gioielleria Manin, preziosi da sempre”

“Agnese sei stata davvero gentile a dedicarmi tutto questo tempo, devo assolutamente sdebitarmi.”

“Non ti sto regalando nulla, sto solo facendo il mio lavoro” risposi sorridendo.

“Vuol dire che non ti inviterò a cena per sdebitarmi, ma solo perché ne ho voglia da così tanto tempo che se non uso questa scusa adesso probabilmente mi toccherà aspettare Pasqua.”

Sentii le guance avvampare come sempre quando parlo di lui. Avrei voluto nascondere il mio rossore ma non sapevo come. Non volevo pensasse che fossi lì pronta a cadere ai suoi piedi. Mi voltai fingendo di impacchettare alcune consegne urgenti e guadagnai tempo.

“A proposito” lo sentii proseguire “ sei bellissima con questa camicia rossa. Quando ti ho visto arrivare ho sperato l’avessi indossata per me.”

Avrei potuto giustificare il rossore delle mie guance fingendo un riflesso del rosso della camicetta sulla mia pelle. Così mi voltai.

“L’ho indossata perché tra un mese è Natale e il rosso attira i clienti.”

“Non hai ancora risposto alla mio invito.”

“Accetto volentieri ma non questa settimana, sono molto impegnata.”

“Mi metto in fila insieme ai tuoi impegni, non dimenticarti di me. Posso avere nel frattempo il tuo numero di telefono?”

“Nel caso avessi necessità di fare una ordinazione?”

“Nel caso avessi necessità di sentire la tua voce.”

Questa volta il colore delle guance, sono sicura, diventò più scuro di quello della camicia.

PRIMO APPUNTAMENTO A VENEZIA

È bellissimo, vero?

Si, e poi?

Hai visto il colore degli occhi?

Si, e poi?

E quel sorriso?

Si, e poi?

Perché, serve altro?

Che noia Agnese! Detta così Vittorio sembra un contenitore vuoto.

Però bello!

E se dovesse avere più tatuaggi che neuroni?

Tatuaggi visibili non ne ha!

E se il silenzio zittisse le parole?

Spero di no, sai che imbarazzo!

E se fosse perfetto?

La perfezione no, sai che barba!

E se fosse tirchio….o presuntuoso….o di quelli che sanno sempre tutto e polemizzano di continuo?

E se il problema fossi io? Ma io mi piaccio? Meglio essere oneste… o no?

No. L’ultima cosa che mi interessa oggi è scoprire se vado bene così come sono.

E poi….

Basta così! Metto la parola fine al dialogo con me stessa e mi concentro.

Casa mia, una costruzione su due piani che da quando i miei genitori sono morti mi sembra per dimensioni la Reggia di Versailles, è diventata oggi il backstage dell’evento “Il primo appuntamento di Agnese e Vittorio”. Le stanze che mi hanno visto nascere stanno assistendo allo spettacolo di una teenager attempata che si aggira tra le mura come una squilibrata in preda a deliranti e continui cambi di abito e prove trucco, con il sottofondo musicale dei video di Youtube che senza tregua suonano da ore. Per via di Jump delle Girls Aloud mi stavo slogando una caviglia. Quel video è irresistibile, con le scene di Love Actually che scorrono e Hugh Grant che balla muovendosi in modo inconsapevolmente sexy.

Quanto sexy sarà stato il mio salto dal divano mentre cantavo urlando Jump in preda all’entusiasmo?

Se Vittorio dovesse essere bello e noioso ci sarei io a compensare. Agnese, goffa e divertente.

Durerebbe il tempo di uno spritz.

Il citofono suona a mezzogiorno in punto. Scendo le scale di casa tre alla volta. Ho il cuore che batte forte e sono felice.

Apro il pesante portone e vedo lui fermo ad aspettarmi, con lo sguardo fisso nella mia direzione.

Un vecchio stereo sulla spalla, Vogue di Madonna che suona a volume alto e Vittorio che finge di essere negli anni ’90. Jeans a vita alta sbiaditi, maglione oversize giallo, giubbotto grunge e un piccolo bouquet di rose rosse per me. Inizia così la mia giornata il 12 dicembre 2015, in un sabato di ferie arretrate, dieci giorni dopo avergli promesso che saremmo usciti insieme.

Dieci interminabili ventiquattro ore durante le quali ha fatto visita al negozio anche due volte nella stessa giornata, incredulo nel constatare che il suo fascino non inteneriva i miei tempi.

Mi ha corteggiato facendomi sentire importante e desiderata. Sarebbe bastato metà del suo appeal per farmi cedere all’istante, ma avevo paura che un mio sì prematuro avrebbe fatto colare a picco il suo interesse verso di me.

Dieci giorni mi sembravano il minimo di attesa sindacale per un uomo che è davvero interessato ad una donna.

Vittorio ferma la musica, si avvicina a me, mi scruta come se fossi qualcosa di raro, mi dà un bacio sulla guancia e mi prende la mano.

“Ciao” mi dice.

“Ciao” gli rispondo.

“Ho mantenuto la promessa. Ho celebrato il tuo anno di nascita.”

In una delle sue numerose incursioni al negozio mi aveva annunciato che al nostro primo appuntamento avrebbe indossato qualcosa di strettamente legato a me. Quando l’ho visto ho capito.

Io sono nata nel 1990.

“Pensavo ti avesse ispirato Madonna, sai….Vogue?” Rispondo mimando una faccia stupita.

Quel giorno stava per iniziare la mia avventura necessaria, quella serie di eventi indispensabili al compimento del nostro destino.

Nessuno di noi può sfuggirne e tutti ne prendiamo parte inconsapevolmente.

Quello che stava per accadere nella mia vita, d’altronde, era iniziato molti anni prima, ma io non ne ero a conoscenza. Come vi dicevo, quando il destino mescola bene le carte ritrovare il capo della matassa è impresa ardua.

Primo appuntamento a Venezia. È uno dei motivi che rende le ragazze di qui fortunate.

Nei giorni precedenti il nostro incontro avevo fantasticato sulle strade che avremmo percorso e sui luoghi che avremmo visto. Mentre camminiamo uno di fianco all’altra però capisco che sarei potuta essere ovunque e non avrei notato la differenza.

Tutto lentamente stava scomparendo intorno a me, tranne il suo volto. Eravamo solo io e lui, in una qualunque parte del mondo.

Decidiamo di non allontanarci dal mio sestiere, Cannaregio. Vittorio è curioso di vedere i miei luoghi.

“Parlami di te.”

Ripete questa frase di continuo e non smette di fissarmi.

Fino ad oggi non sapevo si potesse guardare qualcuno ininterrottamente per così tanto tempo, anche senza sbattere le ciglia.

Lui ci riesce.

Una delle tappe a me più care è la cioccolateria di Davide Olmi, proprio qui nel ghetto.

Davide è uno dei maestri cioccolatieri più famosi d’Europa ma è prima di tutto un amico.

Non è stato così all’inizio. L’impatto con lui ti paralizza. Sei lì, davanti ad uno splendido sessantenne brizzolato, che ti guarda con fare severo e che sembra giudicare il tuo personale acquisto di cioccolata. Ti osserva come se stesse valutando l’abbinamento dei gusti di cioccolatini che stai comprando. Questo accade solo nel giorno del mese in cui organizza le degustazioni, altrimenti c’è il blasonato personale a svolgere le mansioni della vendita e se desideri parlare con lui devi fare richiesta. Tranne io, ovviamente, perché dopo un inizio non proprio idilliaco, a causa di una polemica su che percentuale di cacao utilizzare per la fonduta, abbiamo scoperto di avere in comune una smodata passione per il cioccolato.

Dopo la morte dei miei genitori tristezza e malinconia erano diventate troppo ingombranti, così ho trasformato la loro stanza in laboratorio per le mie invenzioni. Mi diverte creare con la cioccolata, sperimentando nuovi gusti e nuove forme. Ho dalla nascita una passione travolgente per il cacao. Dopo il diploma ho frequentato un corso per diventare maître chocolatier e poi, cinque anni fa, sono stata assunta nel negozio in centro. Avrei voluto aprirne uno mio ma ho sempre rimandato, così mi diletto a sperimentare dentro casa.

Quando raggiungiamo il negozio di Davide sono emozionata. Fino a qualche giorno fa solo Susanna era a conoscenza dell’esistenza di Vittorio. Poi ho deciso che fosse giunto il momento di parlarne con un uomo ed ascoltare anche il suo parere. Il giorno che ho accettato l’invito ad uscire di Vittorio stavo agendo guidata dai consigli di Davide che si muovono sempre in un’unica direzione.

“Lanciati e vedrai che ne sarà valsa la pena, comunque andrà.”

Davide è arrivato al successo solo grazie al suo ottimismo e alla sua perseveranza. Padre operaio e madre disoccupata, ha trasformato in lavoro la sua passione. Anni di gavetta e poi il meritato successo. Il lieto fine non ha fatto che incentivare la sua visione felice della vita. Il suo modo di essere al mondo non conosce altre interpretazioni al di fuori di quella che recita “andrà tutto per il meglio.”

Dopo essermi confidata con lui uscire dal guscio e lanciarmi in qualcosa di nuovo mi era sembrato più che naturale.

Portare Vittorio qui vuol dire farlo entrare nella mia vita, presentarlo ad un mio amico ed ascoltare in un secondo momento le impressioni, anche quelle negative.

“Primo punto. Ribadisco che è imperdonabile per un goloso di cioccolato come te non essere mai stato nel tempio del cacao. Secondo punto. Dopo che avrai assaggiato queste prelibatezze ti mostrerai indifferente al loro sublime sapore, assumerai le vesti dell’amico fedele e dirai che, per quanto ottima, questa cioccolata non ti spingerà mai a tradire la cioccolateria in centro dove lavora la simpaticissima Agnese.”

“Amico fedele? Dovrò rivedere i miei comportamenti,” controbatte Vittorio, fingendosi offeso.

“Quale parte non ti va giù? Amico o fedele?”

“Questo è un colpo basso Agnese” mi dice sorridendo “qualsiasi risposta ti dia, suonerà male.”

Lo guardo dritto negli occhi.

“Non mi sottovalutare, Vittorio Manin. Stai parlando con una che all’età di quindici anni ha inventato il suo primo cioccolatino. Cacao, panna e caramello.”

“Un inno alla glicemia!”

Veniamo accolti da Laura.

“Ciao Agnese, che piacere.”

“Ciao Laura, tutto bene? Ti presento Vittorio.”

“Eccola qui la mia Agnese.” Davide, in pieno stile Olmi, fa il suo ingresso plateale.

Non ne sono sicura, ma con la coda dell’occhio mi sembra di intravedere un Vittorio agitato, teso e con un piede che si muove un po’ troppo.

“Ciao Davide, ti presento Vittorio, un grande appassionato di cioccolato.”

“Ciao Vittorio, non dirmi che è la tua prima volta qui? Sarebbe imperdonabile!”

Davide regala a Vittorio la sua tipica accoglienza spaventosa.

“Abbi pietà di lui, lascia almeno che scelga i suoi primi cioccolatini prima di intimorirlo.”

Intervengo io in sua difesa.

“All’inizio è così con tutti poi, il cacao che scorre nelle sue vene, entra in azione e lo addolcisce.”

“Beccato” risponde Vittorio. “Per recuperare potrei decidere di assaggiare tutti i cioccolatini, valutarne la qualità e successivamente confrontarli con quelli di una deliziosa cioccolateria in centro dove sono solito fare i miei acquisti.”

Non so se i due uomini che ho di fronte costruiranno, in un ipotetico futuro, un rapporto d’odio o d’amicizia, però Vittorio ha saputo cavarsela egregiamente.

“Se Agnese aprisse una cioccolateria tutta sua inizierei ad avere finalmente un po’ di sana concorrenza. La ragazza d’altro canto è testarda e non ascolta i consigli di chi le vuole bene” risponde Davide senza scomporsi.

Vedo Vittorio trasalire.

“Di chi le vuole bene, certo.” Lo sento ripetere a voce bassa.

“Le ho proposto di venire a lavorare qui con me, ma lei non vuole confondere lavoro e amicizia” continua Davide.

“Lo farò, quando sarà il momento.”

“Farai cosa?” Mi chiede Vittorio “ Aprire un negozio tuo o venire a lavorare qui?”

“Nessuna delle due, probabilmente. Metterò su un mio brand di cioccolata, viaggerò alla ricerca di speciali varietà di cacao e la mia azienda esporterà il cibo degli dei in tutto il mondo.”

“Bè, inizia! Che aspetti?” Come sempre Davide la fa semplice.

Gli sorrido e poi cominciamo la degustazione.

Davide ci mostra le sue ultime creazioni, obbligandoci a mangiarle rispettando una sequenza a suo dire imprescindibile.

Vittorio non parla molto ma osserva, con il fare di chi prende mentalmente appunti che un giorno potrebbero tornare utili.                                                                                                          

Dopo un’ora siamo fuori dal negozio.

Vittorio mi prende la mano con naturalezza e ci incamminiamo verso il Ponte dei tre Archi. Quando arriviamo, all’improvviso si ferma, mi solleva la testa aiutandosi con una carezza e mi guarda con una dolcezza irresistibile.

“A rischio di sembrare banale, se un giorno viaggerai per il mondo insieme alla tuo marchio di cioccolata io verrò con te.”

“Progetterò un imballaggio più grande” gli sorrido.

“Potremmo iniziare ad immaginarlo adesso.”

“Cosa?” Gli domando.

“L’imballaggio” mi risponde lui. Mentre cerco di dare un senso all’assurdità del nostro discorso, Vittorio si avvicina e mi bacia. Nello stesso istante, tutto il corredo di sintomi adolescenziali fa la sua apparizione, dal tremolio alle gambe, ai brividi, fino alle rinomate farfalle nello stomaco.

Siamo fermi nel punto centrale, il più alto, del Ponte dei tre Archi. Il Canal di Cannaregio sotto di noi è un via vai di vaporetti ed imbarcazioni. Una coppia di anziani signori ci osserva sorridente. Sento la voce di una bimba dire “mamma, guarda, si amano.” Una signora su un balconcino di uno dei palazzi intorno a noi, impegnata con le sue piante, interrompe per qualche istante la sua routine per osservarci.

Una coppia di turisti ci scatta una foto. Potremmo essere i protagonisti di uno spot.

“Primo bacio a Venezia.”

Il ponte, i palazzi e il canale sullo sfondo, resi vivi dai mille colori delle botteghe e delle piccole barche e la vita della città che scorre, proprio quando la mia ha deciso di prendere un’altra direzione.

“Avremmo potuto scegliere un posto più tranquillo” mi dice Vittorio.

“A Venezia?” Rispondo stupita.

Ridiamo insieme, poi lui mi bacia di nuovo, poi mi abbraccia, poi mi bacia, finché si ferma e assume un’espressione seria.

“Non voglio sbagliare con te, sei la mia scelta, sei quella che aspettavo. Non sbaglierò.”

Lo guardo in silenzio, senza comprendere le sue parole.

“Te lo dimostrerò” aggiunge poi, pronunciando la frase con urgenza, come se fosse una necessità. Ho la sensazione che comprenderne il significato sarebbe  difficile e non ho voglia di fare domande o di indagare. Desidero che questa giornata continui ad essere così com’è, come in un film.

Vittorio mantiene costantemente un legame tra noi. Il contatto fisico di un abbraccio o di un bacio si alterna con quello visivo, con i suoi occhi che mi cercano e con l’incessante necessità di comunicare e curiosare nella mia vita.

“Sei il primo cliente del negozio con il quale esco.”

“Primo su quante proposte?” Mi risponde lui scherzando.

“Qualcuna….”

“Lo prenderò come un complimento.”

“I miei genitori sono morti un anno fa in un incidente stradale. Quando sono tornata a lavorare, una settimana dopo la loro morte, tu hai iniziato a frequentare la cioccolateria. Mi divertivi. Avevi la giusta dose di allegria che mi serviva in quel periodo.”

“Meno male!” Mi dice sospirando. “Posso smettere quindi di fare il giullare di corte? Sai, finora ho solo recitato una parte. Nella realtà sono un ragazzo depresso, leggermente schizofrenico e Prozac dipendente che, quando non è sotto effetto dei farmaci, può anche diventare pericoloso.”

“Ecco, mi stai facendo ridere di nuovo.”

“Tanto per essere onesti, la prima volta che ti ho visto non è stato nella cioccolateria.”

Lo guardo con fare interrogativo.

“Mia madre è una affezionata cliente di una libreria in centro. Un giorno l’ho raggiunta lì, sono entrato e ti ho vista. Eri seduta a terra circondata di libri e ne avevi uno in mano che sfogliavi con rabbia, piangendo.”

“Quanto tempo fa?”

“Posso dirti il giorno preciso. Era l’anniversario di matrimonio dei miei genitori. Il 25 novembre dello scorso anno.”

“I miei sono morti circa un anno fa, il 20 novembre 2014. I primi giorni dopo l’incidente l’unico posto dove riuscivo a stare era la libreria della mia amica Susanna.”

“Susanna, ecco il suo nome! Mia madre parla sempre di lei.”

“È una persona speciale. Andavo lì, sistemavo sul pavimento i libri in modo che potessero farmi compagnia, mi accomodavo a terra anch’io e leggevo. Il giorno in cui mi hai vista sarà stato uno di quelli in cui non avevo la concentrazione per dedicarmi alla lettura. In quei casi anche solo sfogliare le pagine mi era utile. Voltare pagina era tutto quello che desideravo. Mi sentivo anche in colpa ma non potevo farne a meno. Volevo a tutti i costi sottrarmi a quel dolore, era troppo per me. Se avessi potuto scappare da me stessa lo avrei fatto. Girare le pagine dei libri è stata a lungo la mia terapia.”

“Quando ti ho visto eri seduta a terra e piangevi, mi sono avvicinato a te, ho osservato il tuo volto ed ero sul punto di domandarti se avevi bisogno di aiuto. In quel momento mia madre mi ha chiamato ed ho perso il coraggio.”

“Ti avrei risposto che non c’era nulla che avresti potuto fare. In ogni caso….grazie, hai avuto un pensiero gentile.”

“Perché sedevi a terra?”

“Nessuna sedia sembrava essere adatta a me. Erano tutte troppo alte. La mia disperazione mi faceva desiderare di stare in basso. Qualsiasi cosa mi tenesse più in alto del pavimento mi dava le vertigini.”

“A terra con i libri.”

“I libri hanno sempre fatto parte della mia vita e rappresentavano gli oggetti che più di ogni altra cosa mi teneva legata ai miei genitori. Susanna era una delle più care amiche di mia madre. La compagnia dei libri, nella libreria di Susanna, mi ha salvato la vita.”

“La prima volta che sono entrato nella tua cioccolateria….”

“Non è la mia cioccolateria. Sono solo una dipendente.”

“Senza di te avrebbe già chiuso, quindi per me è la tua cioccolateria.”

“Come vuoi tu” dico sorridendo.

“La prima volta che sono entrato nella tua cioccolateria non ho capito subito che fossi tu, la ragazza seduta a terra che piangeva tra i libri. Poi, quando mi hai parlato del tuo cioccolatino preferito, il gianduiotto, qualcosa si è illuminato nella mia testa e ti ho riconosciuto. Stavi parlando di un cioccolatino, ma avevi lo stesso sguardo severo di quel giorno in libreria.”

“Sguardo disilluso, credo sia il termine più adatto. Dal giorno della loro morte la cosa che mi fa più paura è pensare che sono stata privata della confortante sensazione di sentirsi amata da qualcuno incondizionatamente, di sapere che c’è una persona che rinuncerà alla propria vita, se necessario, per salvare la tua.”

“Devi aver avuto dei genitori speciali. Non capita a tutti.”

“Se la metti così, rimarrai inorridito da quello che sto per dirti. Nei giorni della massima disperazione ho invidiato gli orfani.”

“Non ci credo.”

“Eccome. Sono fortunati, pensavo. Non avendo mai avuto dei genitori, non potranno mai soffrire per la loro morte e, soprattutto, non potranno nutrire nostalgia per qualcosa che non hanno mai conosciuto.”

“Ma si saranno persi tutto il resto. Quello che invece hai avuto tu.”

“Lo so, dovrei sentirmi in colpa per i miei pensieri, ma non ci riesco. Sono fermamente convinta di aver subito un torto. Penso che qualcuno lassù si sia sbagliato e mi aspetto che venga presto a chiedermi scusa.”

“La vita può chiedere perdono in tanti modi. Nel tuo caso, ti ha mandato me!”

Si avvicina e mi stringe forte. Respiro il suo odore, quello che lentamente sta entrando a far parte del mio tempo. Potrei avvertire la sua presenza anche se non lo vedessi. 

Per la prima volta da un anno mi sento al sicuro tra le braccia di qualcuno.

“Da una parte vinciamo e dall’altra perdiamo, io la vedo così.” Mi dice Vittorio.

“Morale della favola, tutto ha un prezzo giusto?”

Vittorio sembra particolarmente sensibile alla mia osservazione.

“Purtroppo si. Tutto ha il suo prezzo nella vita.”

Sono sul punto di domandargli se desidera parlarmi di qualcosa, poi rinuncio. Sono stata io la prima ad aprirsi e raccontare dei miei genitori, ma l’ho fatto spontaneamente. Se vuole confidarmi qualcosa lo farà quando si sentirà pronto.

“Non credo che le regole del gioco prevedano che ci venga regalato qualcosa senza chiederci nulla in cambio” continua lui. “Ciò che possiamo fare è decidere cosa tenere e cosa lasciare andar via. Quello che resta con noi è la parte irrinunciabile, è quello che ci definisce.”

“C’è qualcosa che mi vuoi dire….anche perché finora hai fatto parlare solo me. Per quanto mi riguarda potresti essere una spia, travestita da gioielliere, che si è intrufolata nel negozio per rubare i segreti della cioccolata.”

Vittorio si avvicina e mi dà un bacio.

“Sono venuto da te per scoprire il segreto del gianduiotto perfetto.”

LA FORMA DELLE EMOZIONI

Arrivo in libreria all’apertura per poter approfittare di un po’ di calma. Susanna è intenta a sistemare i nuovi libri appena consegnati. Quando mi vede, prima ancora di salutarmi, resta immobile e mi osserva.

“L’atteggiamento del nostro corpo è l’unico linguaggio sincero” mi ripete sempre. “Dice tutto di noi senza il nostro diretto intervento.”

Essendo quindi abituata a questo genere di approcci, resto ferma anch’io e la lascio esaminarmi. Prima punta dritto alle mani, che a me sembrano stare lì a non far nulla, poi è il turno delle gambe, seguito da capelli, occhi e bocca.

Terminato lo studio, il suo volto torna a sorridere e finalmente mi saluta.

“È andata bene mi sembra?”

“Anche stavolta il mio corpo mi ha tradita. Ti ha anche detto dove ci siamo dati il primo bacio?”

“Non era necessario.”

“Sono stata benissimo. È un ragazzo romantico e premuroso.”

“Agnese cara era il vostro primo appuntamento, doveva essere così.”

“Mi ha confessato che la prima volta mi aveva visto qui in libreria. Aveva raggiunto la madre ed ha notato una ragazza seduta a terra intenta a sfogliare libri ed a piangere. È stato un anno fa, quando il pavimento del tuo negozio era diventato il mio migliore amico.”

“Me lo ricordo” dice Susanna accarezzandomi il viso. “Se non è scappato di fronte ad una scena così, qualcosa di buono in lui ci deve pur essere.”

“Non capisco perché sei così prevenuta. Neanche lo conosci.”

“Conosco la madre e mi basta.”

“La madre ha un debole per te.”

“Bè, il sentimento non è reciproco.”

“Susanna!”

“Agnese cara, sono sicura che Vittorio sia un bravissimo ragazzo ma questo a volte non è abbastanza.”

“Non sono un’esperta di linguaggio del corpo come te ma, osservandoti, qualcosa in questi anni l’ho imparata anche io. C’è qualcosa che non so e che invece dovrei sapere?”

“Il dubbio. Ho il piacere di constatare che ha già bussato alla tua porta.”

“Vittorio ad un certo punto ha iniziato a fare discorsi strani sul prezzo da pagare nella vita se si vuole ottenere qualcosa in cambio. Poi ha recitato una serie di promesse che avrebbe voluto mantenere con me. Era qualcosa di molto importante per lui ma ho preferito non indagare.”

“Agnese cara, qualche anno fa, un saggio signore di nome Cartesio ha detto che il dubbio è l’inizio della conoscenza. Tu e Vittorio avete avuto il vostro primo appuntamento, adesso devi dare spazio al tempo.”

I consigli di Susanna. Ne comprendo uno su cinque, ma sono meglio di un tranquillante. Non mi importa capirne il significato, mi basta sapere che c’è una spiegazione.

“Il mio parametro in una relazione è l’amore che c’era tra i miei genitori e questo mi fa sentire svantaggiata.”

“Non puoi paragonare l’amore, Agnese. Il nostro unico e personale modo di amare sarà completato da colui il quale è oggetto del nostro amore. È come in un puzzle. Non puoi inserire pezzi estranei al disegno e, soprattutto, devi metterli al posto giusto.”

“Non so se ne sono capace.”

“Lo siamo tutti, te lo assicuro.”

“Lo spero. Ora scappo al negozio. A proposito, l’ho portato da Davide.”

“E…..?”

“E niente. Con lui devo ancora parlare. Ho pensato di prendere il veleno un po’ alla volta.”

“E perché mai?” Mi risponde Susanna. “Meglio una morte improvvisa che una sofferenza duratura.”

Quest’ultima perla l’ho capita anch’io.

Mentre mi dirigo verso la cioccolateria ripercorro nella mente la giornata di sabato e Venezia sembra d’un tratto diversa, come se si fosse cambiata d’abito per indossare i vestiti dell’amica del cuore. È la sola testimone del nostro primo bacio e questo ha creato una complicità silenziosa tra me e lei. Io so che lei sa e, se qualcosa dovesse andar storto, nessuno ha visto nulla, a parte lei. La mia città, emblema ufficiale del romanticismo nel mondo, custodisce il segreto del legame che sta nascendo tra me e Vittorio.

La cioccolateria dove lavoro si trova in Ruga Giuffa, a pochi minuti da piazza San Marco.

La gioielleria di Vittorio è in sestiere San Marco.

Distiamo solo dieci minuti di cammino l’uno dall’altra.

Se fossi più sfrontata gli farei una sorpresa, andandolo a salutare nel posto dove lavora, come lui fa con me.

Io però non ho la sua faccia tosta.

Per oggi mi basta avere anche solo l’intenzione. Fino a qualche mese fa non avrei mai pensato di camminare per le strade della mia città con la leggerezza di un sorriso disegnata sul mio volto. Il solo desiderare di fare una sorpresa a qualcuno mi riempie di gioia. È come se la mia vita avesse ripreso a scorrere, come se qualcuno mi avesse dato uno strattone generando un lento movimento che regala ai miei occhi e al mio cuore l’ebrezza di chi, dopo una lunga sosta, può riprendere a camminare.

La giornata in negozio trascorre senza un attimo di tregua. Manca poco a Natale e siamo tutti permeati di una soffusa euforia, che include uno smodato acquisto di cioccolata. Una cliente mi ha chiesto se ci fosse una cioccolata dietetica da proporre la sera della vigilia di Natale.

“Sarebbe un’ottima idea mettere in tavola una cioccolata con poche calorie, in modo da non esagerare con i dolci a fine cena” mi ha detto.

Dietro di lei due clienti hanno riso nascondendosi dietro le sciarpe.

“Abbiamo la cioccolata a basso contenuto di zuccheri” le ho risposto.

“Se porto in tavola dei cioccolatini con poco zucchero non avranno sapore mangiati insieme agli altri dolci.”

“In effetti” le dico.

“La mia richiesta si riferiva ad una cioccolata dietetica ma che abbia sapore.”

A quel punto i clienti in fila hanno iniziato a ridere in maniera più vistosa.

La signora ha pagato i suoi acquisti ed è andata via con l’aria di chi non è stata compresa.

L’ultimo cliente della giornata, quando sono in procinto di chiudere, è un ragazzo che entra nascosto dietro un grande orso peluche che abbraccia un libro.

“Buonasera, sono ancora in tempo per acquistare dei cioccolatini per il mio amico orso?”

“Stavo per chiudere ma farò un’eccezione.”

L’orso si fa da parte per lasciare il posto a Vittorio che mi viene incontro, mi abbraccia forte e poi mi bacia.

“Cosa fai stasera?” mi domanda guardandomi dritto negli occhi.

“Il lunedì sera c’è sempre una commedia romantica che reclama la mia attenzione.”

“Perfetto. Il cinema lo scegli tu. Il ristorante lo scelgo io.”

“Mi dai carta bianca?”

“Fai in modo che non me ne penta” risponde strizzando l’occhio. “Sarò da te tra un’ora, prenditi cura di lui.” Mi consegna il peluche con libro, mi bacia e va via.

Uscire di lunedì sera è davvero una novità per me. Non faccio vita mondana, ma il lunedì neanche sapevo fossero aperti i ristoranti. Arrivo a casa che sembro reduce da una maratona mentre prendo appunti virtuali nella mia mente: “Avere un cambio d’abito per ogni sera della settimana, con la segreta speranza che serva, preparato in anticipo nel weekend”.

Quando passo davanti la stanza laboratorio, quella che prima era la camera da letto dei miei genitori, mi fermo sull’uscio della porta.

“Se fossero stati qui gli avrei raccontato di Vittorio. Papà mi avrebbe detto che l’importante è che mi mostri a lui per quello che sono. Mamma invece mi avrebbe raccomandato di stare tranquilla, rilassarmi e godermi la serata.”

Credo che Vittorio abbia ragione. Se fossi stata orfana mi sarei persa tutto quello che c’è stato prima della loro morte. Gli occhi con i quali guardo il mondo oggi sono un po’ anche quelli di mia madre e mio padre. Il tempo trascorso con loro è la parte dei miei genitori che vive dentro di me ed è quello che ho avuto in cambio con la loro morte.

Dal giorno dell’incidente sono sempre stata concentrata sulle modalità da mettere in atto per evitare la sofferenza, scappatoie indolori che mi proteggessero da quello che era successo, evitando di farmi sentire ancora più sola. La stanza laboratorio non è nata dalla necessità di sperimentare con la cioccolata, quanto piuttosto dalla necessità di evitare di passare ogni giorno davanti la loro camera da letto e sentire un vuoto dentro. Così l’ho semplicemente rimossa. Il mio problema è sempre stato quello di non saper convivere con il dolore, in nessuna forma. Fin da piccola pretendevo mi leggessero solo storie a lieto fine. Non sopportavo che una fiaba o crescendo un romanzo non terminassero con il classico e vissero per sempre felici e contenti. Ricordo di aver affrontato l’argomento con i miei genitori tante volte. È come se sentissi di non avere gli strumenti, dentro di me, per confrontarmi con le emozioni negative derivanti da un dolore, di qualsiasi tipo esso sia. Non è semplice paura, è qualcosa di più. Provare una sofferenza significa vivere fuori controllo. Le tue giornate, il tuo tempo, i tuoi hobby sono all’improvviso privati della loro importanza. Tutto ruota intorno al tuo dolore. Perdi il controllo della tua vita, sei impotente e, cosa peggiore, nessuno può aiutarti. Non c’è un omino che può entrare dentro di te, cancellare le emozioni che ti torturano e rimediare al problema. No. Soffri e basta. Senza sapere se e quando finirà. Io non ci sto. Non posso vivere la mia vita da impotente. Devo essere parte attiva. Voglio essere io quella responsabile del mio umore. Questo è il mio obiettivo quotidiano e certamente non può includere la lettura di libri o la visione di film che non abbiano un lieto fine.

Il problema è sorto quando sono diventata consapevole del fatto che la selezione non riguardava solo libri e film, ma tutto che ciò che entrava in collisione con me.

Quindi amici, lavoro, hobby e……amore.

Una giorno mia madre mi ha detto “Agnese, per quanto tu possa fare ciò che senti, la vita, dal suo canto, farà ciò che sente lei e questo non possiamo controllarlo né io, né tu. Credimi, se anche potessimo farlo, sarebbe come togliere colore ad un disegno. Nessuno dovrebbe ambire ad una vita in bianco e nero. Ci sono milioni di sfumature cromatiche possibili che possono arricchire il nostro tempo. Il dolore fa parte della vita e ci aiuta ad apprezzare la gioia.”

“Non ne ho bisogno mamma.” Le rispondevo. “Non potrei mai stancarmi di essere felice.”

“Agnese ogni emozione è fatta anche del suo opposto. Non esisterebbero felicità, amore o coraggio se non ci fossero dolore, odio e paura. I sentimenti si mescolano tra loro dipingendo la complessità dei nostri animi. Ogni parte di un sentimento è utile perché ci dona l’esperienza, quella di cui avvalersi se si ambisce al lieto fine che, ti ricordo, è la destinazione e non un modo per stare al mondo.”

“Mi stai dicendo che non posso sfuggire al percorso?”

“Nessuno può esimersi e ognuno disegnerà il tragitto usando una parte delle infinite sfumature colorate. Tutti, prima o poi, devono iniziare a muovere i primi passi. Stare fermi non è previsto.”

“Sai mamma vorrei essere in grado di scegliere il cammino meno doloroso.”

“Non è importante quanto doloroso sia, è la vita.”

Ricordo il volto sereno ma deciso di mia madre che mi diceva “se vuoi il lieto fine devi conquistarlo. Nessuno ti regalerà nulla ma se resti concentrata sull’obiettivo saprai incassare i colpi e rialzarti.”

Dopo la loro morte non ho più neanche provato ad affrontare la sofferenza.

È stato l’incontro con Vittorio a riaprire i cassetti chiusi. È riuscito a districarsi nella mia vita “protetta” senza rimanerne inorridito. È come se mi stesse prendendo per mano e lentamente mi mostrasse di nuovo il mondo.

La paura c’è, anche se evito di darle spago o forse, come direbbe mia madre, non c’è solo lei.

Da qualche parte c’è anche il coraggio.

Il desiderio di tornare a sentirmi viva ha dato forza al coraggio ed eccomi qui, pronta ad una serata, di lunedì, con il ragazzo che è riuscito a farmi tonare a sorridere.

Spero desideri ancora uscire con me, dopo il film che ho scelto.

“Sei mai stata sulla luna?”, con Raul Bova.

Dopo aver pronunciato il nome del film mi ha guardato interdetto per qualche istante.

“Dì la verità, è una sfida?”

“Una sfida?” gli ho risposto.

“Tra me e Raul Bova” mi risponde come se fosse ovvio. “Devo riuscire e portarti sulla luna.”

“Vittorio Manin, ti do una notizia. La vita non è fatta solo di sfide.”

“Questo lo dici tu! Hai idea di quanto sia stato faticoso riuscire a spuntare il primo appuntamento con te?”

“Il secondo in compenso è stato semplice!”

“Aspetta a dirlo…. Dovrò vedermela con Raul Bova stasera!”

Del film non saprei raccontare nulla. Vittorio ha vissuto la proiezione come una competizione continua e non potevo fare a meno di ridere. Ho riso per due ore. Avevamo gli sguardi addosso di tutta la sala. Siamo stati rimproverati un numero infinite di volte.

“Se le tue performance al cinema sono sempre queste potresti essere il primo a riuscire a convincermi a vedere un film drammatico.”

“Parli così perché non sai dove ceneremo.”

“Sorprendimi!”

In risposta alle mie parole lui si avvicina e mi bacia.

“Fatto!”

“Vittorio Manin…..”

“Mi piace quando mi chiami Vittorio Manin, è come se volessi mettermi in guardia. È come un modo per mettere in allerta tutti i miei sensi. Non so mai cosa aspettarmi.”

Le sue parole infiammano il mio viso, sento il rossore espandersi, mentre mi nutro della speranza che il buio lo nasconda.

Vittorio però non può accorgersi di nulla. È impegnato a baciarmi, un bacio lungo, passionale, diverso da tutti gli altri.

Sento i brividi che attraversano il mio corpo. Sento i battiti del mio cuore accelerare. Sento le mie gambe compiere passi verso luoghi inesplorati. Sento il suo odore diventare familiare. Sento il desiderio e la paura dimenarsi per avere la meglio. Sento che potrei innamorarmi.

Questo che avete letto è stato pubblicato su Wattpad come prima, seconda e terza parte del romanzo “Acqua alta a Venezia”. Pubblicherò ogni settimana 1-2 capitoli nuovi.
Mi trovate su Wattpad al link https://www.wattpad.com/983703565-acqua-alta-a-venezia. Mi raccomando scrivetemi e fatemi sapere cosa ne pensate. Se vi piace potete condividerlo.

Tutto scorre (ovvero Eraclito e il ruscello)

Una mattina, Eraclito, si avvicinò ad un simpatico ruscello.

“Ciao,” disse, “cosa fai?”

Il ruscello, rispose, “sto giocando.”

“In che modo?” Rispose Eraclito.

“Corro, canto, faccio il bagno e schizzo. Schizzare è la cosa che più preferisco,” rispose il ruscello beatamente.

“Tutto solo?” Eraclito era sempre più incuriosito.

“Dei giorni sono solo, altri no. Dipende.”

“Da cosa?”

“Da chi viene a salutarmi.”

“Vengono in tanti?”

“Sono le mie amiche stagioni a deciderlo. In Primavera ed Estate sono sempre in compagnia. Anche in Autunno, qualche amico passa. In Inverno gioco solo.”

Eraclito si sedette sulla riva, nel punto più panoramico. Da lì poteva osservare il tragitto del ruscello. Una crepa nel terreno, aveva disegnato un percorso talmente bello, che sembrava essere nato prima di ciò che aveva intorno. L’acqua aveva sapientemente riempito quella crepa, donandole un fascino inaspettato. La natura aveva impreziosito quello scenario, donando al ruscello una limpidezza tale che il sole non faceva altro che specchiare al suo interno la sua vanità. I salici si divertivano a bagnarsi nelle sue acque, cercando di frenarne il costante movimento. Dava da bere a tutti, dai piccoli abitanti del bosco, agli uccelli. La natura, sembrava quasi dipendere da lui. Dopo aver tanto osservato e pensato, Eraclito decise di porgli una domanda.

“Non hai braccia e non hai gambe. Non hai bocca, né occhi, né naso. Sei incastrato in un percorso stabilito da altri. Tutti, qui, sembrano approfittare di te. Dal sole vanitoso, agli alberi dispettosi, fino agli animali che rischiano di svuotarti a causa della loro sete. Tu, però, sei felice. C’è forse qualcosa che io non ho compreso?”

Il ruscello, senza interrompere il suo movimento, fece un grande schizzo, somigliante allo sbuffo di una balena, in direzione del ragazzo.

Eraclito si alzò di scatto, ma non riuscì ad evitarlo. Si bagnò tutto.

“Tutto quello che hai detto è giusto, eppure è tutto sbagliato.”

Eraclito non osò muoversi.

Il ruscello continuò.

“ Se fossi immobile avresti ragione tu. Il mio io, però, non possiede un posto in permanenza. Si sposta. Tutto in me scorre.”

Eraclito ascoltò e riflettè con attenzione, poi, si spogliò dei vestiti bagnati ed entrò in acqua. Lavò il viso, prestando particolare attenzioni al naso, alla bocca, alle orecchie e agli occhi. Non voleva che alcuno dei cinque sensi fosse intorpidito. Giocò con il ruscello, godendo appieno di ogni istante. Poi, all’imbrunire, quando gli indumenti furono ormai asciutti si rivestì. Prima di salutare il ruscello, condivise con lui quello che aveva imparato.

“Non sei il solo a non fermarti mai. Tutto scorre, per ognuno di noi. In ogni istante della nostra vita tutto si modifca. Domani non saremo le stesse persone di oggi, anche perchè avremmo, comunque, un giorno in più. Se ogni cosa scorre e tutto si modfica di continuo, non serve fermarsi, perchè non ci è concesso. Il segreto è andare avanti, facendo tesoro del passato e, insieme, liberandoci di tutto.”

Il ruscello condivise ogni singola parola, poi lo salutò, ricordandogli che

“se vuoi essere leggero, devi lasciare andare.”

Vi saluto con il link adatto al racconto.

MARIAPIERA MIELE

La seconda volta

Vedo in lontananza la signora con il maglioncino blu sorridermi. Quella piacevole curva all’insù delle labbra, però, non è rivolta a me, mi accorgo quasi un po’ dispiaciuta, ma a tutti quelli che incontra.

Mi consolo, pensando che avrei potuto non trovarla sul mio percorso. E non avrei potuto goderne.

La giornata è grigia, uggiosa e per di più siamo a novembre.

Ieri la macchina mi ha definitivamente abbandonato. Ho freddo per scegliere di andare in bicicletta. C’è lo sciopero generale dei trasporti pubblici.

L’unica alternativa sono i miei arti inferiori.

Comincia a piovere. L’ultimo ombrello, unico superstite di una numerosa tribù, è stato perso qualche giorno fa, e non ha più fatto ritorno a casa.

Se potessi rallenterei il passo fino a farmi rimproverare da una lumaca.

Forse lo sto già facendo.

Oggi, molto probabilmente, ci sarà un nuovo ingresso nella mia vita.

Ho lavorato mesi per prepararmi a questo giorno, ma evidentemente potevo fare di più.

Non sarebbe stato facile, questa è sempre stata una banale verità, illuminata dalla luce del sole.

Le mie emozioni di oggi, d’altro canto, non possono fortunatamente cancellare le ore di lavoro spese per affrontare al meglio questo importante avvenimento.

Sono quasi a metà strada.

Sento qualcuno toccare la mia spalla.

Mi volto combattuta tra la sensazione di fastidio e di curiosità.

“Tieni. Ne ho uno in più.”

Mi porge un ombrello e scappa via. Non ho il tempo di ringraziare.

Dopo pochi istanti il tempo decide davvero di divertirsi. Tuoni, fulmini e temporali.

Se non avessi avuto il gradito regalo da questo sconosciuto gentiluomo, sarei giunta a destinazione nella maniera meno adatta.

Il cuore scalpita, anche se ha paura. E sono lacerata da dubbi e da mille possibilità.

Io mi nutro di possibilità.

Le possibilità sono il vento e l’energia eolica delle mie giornate.

Non potrei vivere senza di loro, ma il sostentamento è reciproco.

Il vento, del resto, non avrebbe senso se non avesse nulla da accarezzare.

Persa nei miei pensieri intravedo la destinazione a pochi metri da me.

Una melodia mi scuote.

Un ragazzo sulla trentina sta cantando sotto la pioggia.

Tutto il suo corpo sprigiona musica. Qualsiasi movimento faccia si trasforma in suono.

Non è assolutamente scalfito dal temporale. E non solo da quello. Tutto ciò che accade intorno a lui non gli appartiene.

Ha solo necessità di esprimersi, e lo fa cantando.

Ha una voce magica, sembra un incantatore di serpenti.

Nonostante il tempo, sono in tantissimi fermi lì ad ascoltarlo, qualcuno anche senza ombrello.

E’ proprio vero, quando vuoi, puoi.

Ne avevo bisogno.

Sono pronta.

Eccomi qui. Davanti al portone. Per l’ultima volta.

Busso.

Qualcuno mi apre.

Preferisco salire a piedi. Questo sicuramente rallenta i tempi, ma, oggi più che mai, desidero assecondare il mio ritmo.

Tre piani. Quanto possono apparire lunghi da salire.

Nella mente scorrono immagini che non sapevo di avere.

Ho trentatré anni e la mia memoria per i ricordi di infanzia non è mai stata particolarmente eccellente.

Ho avuto un’infanzia, questo è certo, ma non ricordo nulla.

Mi sono sempre affidata ai racconti degli altri.

Avere ricordi propri, però, è un’altra cosa.

Un ricordo è una selezione naturale del nostro cervello.

E’ l’attimo che noi stessi abbiamo selezionato all’interno di un giorno, una settimana un mese o un anno.

A volte non ne capiamo il motivo.

Questo è uno di quei momenti.

Sembra che tutti i ricordi più antichi, intrappolati in un qualche cassetto sapientemente chiuso a chiave, abbiano trovato modo di evadere solo ora.

Ad ogni gradino ne appare uno.

Ecco io e mia sorella più piccola che giochiamo in spiaggia sotto gli occhi vigili di mio nonno. Eravamo bravissime ad inventare storie. Costruivamo castelli di sabbia a parer nostro stupendi e da lì partivamo per intrepide avventure.

Eccone un altro.

Siamo io e la mia amichetta del cuore. Avrò avuto quattro o cinque anni. Mentre giochiamo si strappa un orecchio dal mio peluche preferito. Un piccolo elefante. Io inizio a piangere disperata. Lei sta per partecipare al concerto, quando all’improvviso cambia idea e scappa via. Compare dopo un po’, con il suo inseparabile peluche per consolarmi.

I gradini sono tanti e i ricordi anche.

Arrivo alla fine, comunque.

Suono il campanello.

Entro e mi accomodo in sala d’attesa. Come sempre.

Davanti a me una fila di persone che oggi mi sembra più lunga del solito.

Attendo un tempo che non saprei quantificare, poi arriva il mio turno.

“Prego si accomodi.”

Quando entro nella stanza mi sento come il ragazzo giù in strada. Non mi importa nulla di quello che accade intorno a me. Vado semplicemente avanti.

“Dunque, signorina Camilla. Ci siamo. L’abbiamo fatta venire oggi perché finalmente abbiamo i nomi.”

Deglutisco, ma dimentico di respirare.

“Si tratta del signor Achille Arcangelo e della signora Stella Del Tiglio.”

Dovrei dire qualcosa. Ma cosa?

“Si sente bene?”

“Non lo so.” E’ l’unica risposta che mi viene in mente.

“Ascolti, Camilla. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Gestiamo casi come il suo ogni giorno. La sua storia, però, è entrata a far parte delle nostre vite. Ognuno di noi, qui, ha lavorato per arrivare ad una conclusione.”

La signora Penelope è in assoluto la mia preferita. I suoi modi pacati e rassicuranti, mi hanno aiutato molto in questi mesi di totale perdita di tutti i miei punti di riferimento.

“Lo so e ringrazio tutti voi. Ve ne sarò grata a vita.”

Neanche sapevo l’esistenza di agenzie di questo tipo.

Tutto è accaduto per caso, il giorno del funerale dei miei genitori.

Morte accidentale per uno scontro frontale in auto.

L’uomo con il cappello nero, un po’ in disparte, l’avevo notato subito.

Finita la cerimonia si è avvicinato a me con una lettera ed è scomparso.

Cara Camilla, se stai leggendo questa lettera, il tuo cuore oggi è pieno di dolore. I due angeli custodi che in questi anni si sono presi cura di te sono volati via e ci dispiace tanto. La tua storia, però, inizia tanti anni fa con un’altra famiglia, che ti ha amato fin da subito e che per questo motivo ha dovuto salutarti qualche settimana dopo la tua nascita. Ti abbiamo affidato a due persone che sapevamo non avrebbero tradito mai le nostre aspettative. Così è stato e oggi siamo vicini al tuo dolore. Purtroppo non possiamo dirti oltre. Ti vogliamo bene, mamma e papà.”

Ho riletto quella lettera centinaia di volte, finché un giorno ho fatto una ricerca in internet ed ho scoperto che esistono agenzie che si occupano di persone scomparse, rifugiati politici, ed altro. Ho studiato le recensioni e mi sono affidata ad una delle migliori.

Vieni seguita in un percorso che non è solo investigativo, ma soprattutto di “riabilitazione psicologica”, è così che lo chiamano.

Hanno impiegato sei mesi e dieci giorni. Mi dicono che è poco. E’ un caso semplice.

I miei genitori biologici, Achille Arcangelo e Stella Del Tiglio sono due spie, proprio come si vede nei film. Non li potrò mai incontrare né sentire, neanche telefonicamente. E’ per la mia incolumità. Non hanno altri figli.

Ho pensato più volte a come sarebbe potuto essere il nostro incontro e sentivo l’imbarazzo che cresceva. Non avrei mai potuto provare affetto per loro. Ne ero convinta. Volevo solo delle risposte.

Oggi le ho avute. E soprattutto mi hanno tolto da qualsiasi imbarazzo, perchè non li incontrerò mai.

I miei genitori sono morti il giorno dell’incidente. Non avrei mai voluto sapere dell’esistenza delle coppia che mi ha messo al mondo. Se non puoi prenderti cura di qualcuno, è inutile apparire nella sua vita.

E’ stato come essere orfana due volte.

Poi, però, ho capito.

Loro mi hanno dato la vita e anche la possibilità di viverla. Se non avessero avuto la forza di lasciarmi andare, probabilmente oggi non sarei qui. E’ stato come avere il dono della vita una seconda volta.

Ogni sera, nel dolceamaro altalenare dei miei pensieri li ringrazio e immagino di abbracciarli.

MARIAPIERA MIELE

La collina misteriosa

C’era una volta una collina, non tanto alta, da non poter essere scalata, ma neanche tanto comoda da poter esser percorsa.

Vista da lontano, appariva come il luogo più incantevole che la natura avesse mai creato.

Via via che ci si avvicinava, tale spettacolo di perfezione, perdeva qualsivoglia fascino.

Iniziando a camminare sopra di essa, per raggiungerne la cima, si restava smarriti di fronte a tanta bruttezza.

Gli alberi e gli arbusti, a distanza, sembravano fermi lì, in attesa di qualcuno da proteggere, con le loro verdi chiome, in un rassicurante abbraccio. Una volta raggiunti, invece, quasi ti cacciavano, muovendo i rami come in balia di forti raffiche di vento, affinchè nessuno osasse stare nei dintorni.

L’erba, tenera e di un color verde morbido, appariva come il luogo più soffice dove potersi distendere e godere del meritato panorama.

L’idea, anche solo di sfiorarla, abbandonava tutti, una volta giunti in cima.

Quel dolce manto erboso, altro non era, che un insieme di ortiche abitate da una varietà di insetti inopportuni.

I fiori, poi, la coloravano di sfumature camaleontiche, che donavano alla collina un aspetto diverso per ogni piccolo movimento della terra intorno al sole.

Finanche con la luna, i colori si reinventavano.

Per queste ed altre ragioni, era diventato uno dei luoghi più visitati al mondo.

Tutti arrivavano con lo scopo di capire.

La scena si ripeteva all’infinito.

Si posizionavano nel punto panoramico migliore, da dove la collina appariva in tutto il suo splendore.

Emettevano gridolini di meraviglia ed, entusiasti, si avvicinavano per dare inizio alla scalata della misteriosa altura.

I più si arrendevano subito, arrestando l’impresa dopo i primi cento o duecento passi.

I volenterosi riuscivano ad arrivare a metà percorso.

Quelli realmente determinati, invece, giungevano in cima con la speranza, nel cuore, che il loro impegno fosse premiato.

Così non era, purtroppo.

O almeno, così sembrava essere.

Un giorno, il preside di una scuola decise di organizzare la gita di fine anno dei suoi ragazzi proprio lì.

Ne furono tutti felici. La fama del luogo era diventata tale che, la collina, era stata finanche argomento di studio del programma di scienze.

La classe terza media del paese di Chissaddove, il giorno Numerato, del mese Sorteggiato, partì per l’affascinante poggio.

Tutti i professori si offrirono di accompagnare i ragazzi.

Gli insegnanti quasi superarono di numero gli alunni.

Meglio così, pensò il preside, sicuro, in cuor suo, che quei ragazzi avrebbero risolto il mistero e la sua scuola sarebbe stata oggetto di un successo mondiale.

Insieme alla professoressa di scienze, avevano elaborato così tante teorie, che, anche i più fannulloni, avevano deciso di aprire i libri, incuriositi.

Durante il viaggio in pullmann ripetereno a voce alta il piano predisposto.

Avrebbero percorso il primo tratto, quello con la terra che si solleva in grandi nuvole di polvere, pensando di giocare a mosca cieca. Avrebbero formato un trenino, chiuso gli occhi e camminato aggrappati gli uni agli altri. Il capotreno, la professoressa, in virtù degli appositi occhiali anti-polvere provenienti dalla Nasa (avuti grazie ad un amico di un suo lontano zio), avrebbe portato tutti in salvo fino all’ostacolo successivo.

Così fu.

Dopo l’attacco polveroso toccava difendersi dai cespugli pelosi, che si allungavano per pungere chiunque fosse nelle vicinanze.

Questa era stata difficile da risolvere, ma avevano studiato, per mesi, tutti, nessuno escluso.

Fu proprio l’allievo Nonvoglio di nome e Odiolascuola di cognome a risolvere l’incoveniente.

Il papà era un apicoltore. Lavorava con le api per produrre il miele.

Donò a tutta la classe ed a tutti i professori le tute apposite.

I cespugli pelosi furono superati senza alcuna difficoltà, anzi, tutti risero e si divertirono mentre li attraversarono.

La terza prova, quella degli alberi in balia di improvvise raffiche di vento, aveva arenato la classe durante tutto il primo quadrimestre.

Erano stati interpellati anche lo zio di Sottutto di nome e Nonsbagliomai di cognome e il papà di Sapientino di nome e Clementoni di cognome.

Niente da fare.

Meno male che arrivò in soccorso il bidello Melino. Nessuno sapeva il suo vero nome. Era per tutti Melino, perchè, quando non era a scuola, coltivava alberi di mele. Era una tradizione di famiglia. Suo padre, suo nonno, il suo bisnonno e il suo trisnonno avevano da sempre coltivato alberi di mele.

Melino sapeva bene come difendersi dagli alberi infuriati dal vento.

Se non avesse saputo farlo, avrebbe avuto la testa piena di bitorzoli per tutte le mele che sarebbero ogni giorno piombate all’improvviso sulla sua capoccia.

Bastava sapere in che direzione soffiava il vento e seguirne il movimento. Mai andare nella direzione opposta.

Sarebbero stati schiaffeggiati da ogni singolo ramo.

“Seguite la direzione,” aveva detto ai ragazzi. E, per ogni giro completato intorno all’albero, fate un passo verso il tronco. Sarà come camminare disegnando una spirale, la stessa spirale che traccia il vento. Arrivati al tronco sarete salvi. Lì, nessuno vi toccherà più.

I ragazzi, ma anche i professori, avrebbero tanto voluto che Melino andasse con loro, ma lui fu irremovibile.

Non avrebbe mai lasciato, nenache per un giorno, i suoi amati alberi di mele.

D’altronde, si rivelò essere un ottimo insegnante.

Eseguirono tutti insieme, all’unisono, come la migliore compagnia di balletto, la danza della spirale.

Quando arrivarono al tronco, un immenso abbraccio ricoprì l’albero, che stavolta rispose anche lui, allungando i suoi rami con dolcezza, come a voler preservare quell’unione perfetta con la natura.

L’ultima tappa era la cima erbosa dispettosa, così come era stata giocosamente ribattezzata.

Vi giunsero senza particolari problemi, pronti ad essere attaccati da irritanti ortiche e fastidiosi insetti.

Avevo dimenticato di dirvi una cosa.

Tutti i provetti scalatori si erano cimentati nell’impresa solo nella stagione estiva. Il clima è più bello e avrebbero potuto godere del meritato paesaggio.

La scuola di Chissaddove, invece, dopo un approfondito studio, aveva scoperto che d’inverno ci sono meno ortiche e meno insetti.

Quindi, per superare l’ultimo intralcio, avevano semplicemente spostato la gita di fine anno a metà anno, nella stagione invernale.

La cima li accolse, all’ora del tramonto, con uno spettacolo unico.

Sembrava quasi che ogni elemento della natura si riunisse, negli istanti del crepuscolo, per ringraziare il sole di averci donato un altro giorno del suo tempo. Tutt’intorno era una tavolozza di colori che si divertiva ad inventare tonalità di rosso non ancora pensate.

Il sole sorrise, facendo un ultimo capolino tra le montagne, per poi godersi il meritato riposo.

Rimasero tutti in silenzio, quasi dimenticandosi di respirare, per non arrecar fastidio a nessuno.

Dopo che il sole li ebbe salutati, si abbracciarono tutti, nuovamente, e promisero che mai avrebbero rivelato il segreto della collina misteriosa.

La bellezza è dentro di noi e può estendersi fino ad illuminare tutto, proprio come il sole all’alba, quando sorge, o al tramonto, quando ci saluta.

Fin dove può arrivare dipende solo da noi.

Coloro i quali scaleranno la collina alla ricerca della bellezza non troveranno nulla.

Coloro i quali scaleranno la collina per ritrovare la bellezza che avevano perso, forse, non si perderanno mai più.

P.S. Per riuscire a scalare la collina bisognava rispettare la natura, senza nuocerla ed apprezzandone anche le spigolosità.

La scuola di Chissaddove, non aveva scacciato le nuvole di polvere, ma semplicemente chiuso gli occhi, giocando a mosca cieca.

Non aveva tranciato i cespugli pelosi per difendersi, scegliendo di attraversarli, sorridendo loro, con indosso le tute per le api.

Aveva poi danzato insieme agli alberi ed al vento, abbracciandone, alla fine, il tronco.

Per quanto riguarda l’ortica e gli insetti, siamo pur sempre a casa loro.

E, come per tutti gli ospiti, bisogna aspettare di essere invitati.

L’invito è giunto nella stagione invernale, quando la fastidiosa pianta e i numerosi animaletti, lasciano libero il meraviglioso prato, che, seppur ingiallito dalle fredde temperature, è pur sempre pronto ad accoglierci.

MARIAPIERA MIELE

Susanna e Omorfos

C’era una volta una ragazza di nome Susanna. Viveva in un piccolo paesino sul mare, dove tutti gli abitanti erano di una bellezza abbagliante. Non a caso questa località aveva il nome di Omorfos, che in greco vuol dire bello. Chiunque venisse in visita in questo insolito luogo, veniva stregato dalla bellezza del suo popolo. Ecco perchè, con il passare del tempo, nonostante le nuove nascite, il paesino era oramai ridotto a poche anime. Ogni turista che faceva tappa qui si portava via, per amore, un lui o una lei di Omorfos. Susanna era la prima di tre sorelle, tutte bellissime naturalmente. Lei, però, era l’unica in tutto il paese a possedere una dote peculiare. Oltre ad essere bella era anche molto intelligente. Tutti, uomini, donne, anziani e bambini, per qualsiasi problema, si recavano da lei a chiedere aiuto. Chiunque andasse da Susanna, sapeva che non c’era domanda che non avesse risposta, o problema che non avesse soluzione. Aveva una parola gentile per tutti e cucinava i lofredaski più buoni del mondo. I lofredaski erano i dolci tipici di Omorfos. Somigliavano a dei biscotti fatti di una pasta speciale, che racchiudeva un ripieno ancor più speciale. Grazie a Susanna erano diventati il simbolo del paese e gran parte dell’economia del luogo era influenzata dalla vendita di questi squisiti pasticcini. Un giorno arrivò in paese un ragazzo bellissimo, cosi bello che finanche le donne del posto, nonostante fossero abituate al fascino degli uomini di Omorfos, ne rimasero stregate. Il ragazzo non era capitato qui per caso, anzi…. Era lì per una importante missione. Aveva un problema. Qualcuno gli aveva raccontato che in questo villaggio viveva una ragazza intelligente, in grado di aiutare chiunque. Senza alcun timore l’affascinante ragazzo si era messo in viaggio per recarsi da lei. Arrivato a destinazione i suoi occhi esultarono alla vista di tutta la bellezza che regnava ad Omorfos. D’altronde cercò, nonostante i numerosi ammiccamenti di cui fu preda, di non lasciarsi distrarre. Chiese in giro dove poteva trovare questa arguta ragazza e non fu affatto difficile avere risposta. Ogni abitante, almeno una volta nella vita, era stato da lei. Susanna abitava in una graziosa casa sul mare. Dal balcone della sua stanza si godeva una vista unica. Un panorama che, anche nei giorni di tempesta, era un dono. Il ragazzo arrivò facilmente a destinazione. Susanna, abituata alle innumerevoli visite, non fu sorpresa a sentir bussare alla sua porta. Aprì, ma, con grande stupore del ragazzo, non esclamò, non esultò, non flirtò e non fece assolutamente nulla alla sua vista. Questo sì che è strano. Che dico strano, pensò lui. E’ inaudito. Non c’è nessuna finora che non sia quasi svenuta alla mia vista. “Posso aiutarti?” Chiese Susanna dolcemente.

“Si,” rispose lui impacciato.

“Prego, accomodati.” Susanna lo portò in salotto, dove lo fece accomodare.

“Grazie.”

“Qual è il tuo nome?” Chiese lei.

“Apollo.”

“Come il dio?”

“Direi di si.”

“Non sono l’unica ad avertelo detto, giusto?”

“Ho perso il conto!”

“La mia osservazione è stata banale, ma chi ti ha dato il nome, evidentemente, cercava questo. Non si chiama un bambino Apollo, a meno che non si voglia sentir dire….Ohh, si chiama come il dio!”

“Mai nessuno aveva osato dirmelo, ma credo che possa essere come dici tu.”

“Come posso aiutarti?”

“Mi hanno detto che tu risolvi i problemi delle persone.”

Susanna sorrise.

“Io non risolvo proprio nulla. La via migliore è sempre davanti ai nostri occhi. Io aiuto semplicemente le persone a vedere meglio.”

“Ah, allora non so se potrai aiutarmi.”

“E perchè?”

“Il mio probema è che io non vorrei essere visto, da nessuno. Vorrei, che nel mio caso, le persone smettessero di vedere.”

“E perchè mai?”

“Mi viene il dubbio che a furia di curare la vista degli altri, hai perso la tua. Mi hai osservato bene? Non vedi quanto sono bello? E’ tutta la vita che vengo circondato da donne svenevoli, pronte a fare tutto per me. E non solo da donne. Nessuno mi vede per quello che sono dentro.”

Susanna non si scompose e lo assecondò.

“E’ probabile che tu abbia ragione. La mia vista si deve essere indebolita, quindi credo che non potrò fare nulla per te.”

“Come è possibile? Insisto. Guardami bene!”

Apollo era fuori di sé. Mai nessuno lo aveva fatto sentire così tanto invisibile.

“Mi dispiace,” insistette Susanna, “non vedo nulla di particolarmente degno di nota.”

Questo era davvero troppo. Chi si credeva di essere questa ragazzina?

“In ogni caso,” proseguì lei, sempre impassibile, “continuo a non capire il problema. Che importanza ha se io non vedo la tua bellezza? Tutte le altre la vedono, giusto?”

Apollo cercò di calmarsi. Del resto, aveva affrontato un lungo viaggio. Tanto valeva metterci un po’ di impegno.

“Qui davanti a te, spogliato del mio fascino, mi sento invisibile.”

“Pensaci bene. Sei sicuro che invisibile sia la parola giusta?”

“Forse no. Senza la mia bellezza non so più chi sono.”

“Allora forse è per questo che sei qui da me.”

Apollo era senza parole. Una perfetta estranea, in pochi minuti, lo aveva denudato senza togliergli i vestiti.

“E adesso che cosa faccio? Come posso vivere senza sapere chi sono veramente?”

“Non c’è persona che non la sa. Tutti noi sappaimo chi siamo. Anche lì, è solo un problema di messa a fuoco. Che cosa ti piace fare?”

“Amo il mare e amo nuotare. Potrei passare il resto dei miei giorni in acqua.”

Questo sì che scosse Susanna. D’incanto, il velo opaco che aveva davanti ai suoi occhi fin dalla nascita, e che la spronava ad aiutare gli altri, ogni giorno, sperando che curando la loro vista sarebbe un giorno guarita anche lei…evaporò. In una delle ultime visite oculistiche, un medico decisamente bizzarro le aveva detto….il giorno che due similitudini si incontreranno ne nascerà certamente qualcosa di buono.

“Che cosa significa?” Aveva domandato. Lui, però, non rispose. Susanna era nata con gli occhi velati. Non c’era cura e non si conosceva la causa. Nessuno avrebbe mai potuto prevedere se un giorno sarebbe mai guarita. Quello strano medico, d’altronde, aveva una sua teoria. Il giorno che inciampiamo nella nostra direzione, la caduta risolverà tutto. Quel giorno Susanna non era semplicemente inciampata. Aveva fatto proprio un volo in aria. Lei amava il mare più di ogni altra cosa. Il mare era da sempre l’unica meraviglia della natura che Susanna poteva vedere senza veli. Solo di fronte al mare la sua vista era normale. Era per questa ragione che la sua camera affacciava sul mare e ne era circonadata da ogni lato. La ragazza viveva praticamente nell’acqua, d’estate e d’inverno. Aveva da sempre sperato che l’uomo dei suoi sogni potesse condividere con lei la sua stessa passione. Tra i due ragazzi sbocciò un amore da fiaba e nessuno ne ebbe mai più notizia. Pare siano stati visti allontanarsi all’orizzonte…. e qualcuno giura di aver avvistato una coda da sirena nuotare felice nell’acqua.

MARIAPIERA MIELE

La domenica felice

Un’allegra melodia inonda l’aria, diffonde leggerezza, profuma di fresco, e annuncia la lieta novella. Accorrono tutti, con i cuori trepidanti. L’attesa è stata lunga, la speranza ha dato conforto a molti. Non si parla d’altro. Il vociare, il bisbigliare e l’eloquenza degli sguardi muti ha rimepito la piazza. Ecco arrivare un omino singolare, piccolo e sorridente. Ha in mano una lunga pergamena.

Udite, udite,

fa eco la sua voce. I rumori si placano e le orecchie si tendono.

Per ordine del Supremo,

è finita l’era dei lunedì.

Ohhhhhh, si sente muovere questo suono nell’aria.

E’ fatto divieto dalla odierna domenica,

fino a data da stabilire,

pronunciare,

pensare,

programmare,

o inventare,

un lunedi.

Si sente una voce forte tra la folla. “Allorquindi, non ci sarà più un domani?” L’omino, senza scomporsi, prosegue.

E con questo, non certo a significare che non ci sarà più un domani,

bensì ognuno avrà un giorno per essere un uccello.

Ohhhhh, si sente nuovamente questo suono. Forte e chiara rimbomba ua domanda. “Gli ucceli volano, noi no. Come faremo?” L’omino, sempre senza scomporsi continua.

E’ naturalmente consentito a tutti, essere uccelli senza saper volare.

Ahhhhh, ecco il grido di sollievo alleggerire gli animi. Sempre la solita voce, invece, vuol provocare turbamento. “E come si può essere uccelli senza saper volare?” L’omino continua.

Ognuno di voi sperimenterà, un giorno a settimana, l’essenza della libertà,

nel rispetto reciproco e del pianeta che ci ospita.

Tutti in coro questa volta, “e come si fa?” L’omino per la prima volta alza lo sguardo. Il corteo fa silenzio.

Guardate gli uccelli.

D’improvviso tutti alzano lo sguardo al cielo, alla ricerca della soluzione. L’omino, però, interrompe lo studio.

Giacchè l’ordinanza è per tutti,

anche per i non vedenti,

qualora non possiate vedere alcun uccello,

non preoccupatevi.

Non serve la vista,

bensì uno sguardo, anche cieco,

che accompagni la mente nella sua vastità.

La potenza di una mente libera di pensare,

vi donerà la leggerezza di un uccello.

E chissà, magari imparerete a volare.

Fa per girarsi e andare via. Poi, come se avesse dimenticato un dettaglio importante, torna indietro.

Dimenticavo.

Il titolo dell’ordinanza è

La domenica felice.”

MARIAPIERA MIELE