Un sospiro di sollievo

Mentre osservo per l’ultima volta il mare giocare con la luce del tramonto, circondata dall’allegro vociare del popolo del lungomare, la tristezza e la gioia fanno a gara per emergere. Il tormento, quell’atroce emozione che accompagna la fine dell’estate, mi dona quel senso di impotenza di chi vorrebbe fermare il tempo ma non può, tornare indietro mille volte, pur sapendo che, presto o tardi, l’istante da cui fugge busserebbe nuovamente con in mano il vassoio della “routine”, scarno e privo di qualsivoglia addobbo. I buoni propositi fanno capolino, con l’intento di alleviare l’inevatibile, ma è sempre troppo poco. La quotidianità avrà la meglio, cancellando l’incatesimo delle emozioni che provo adesso. Poi, all’improvviso, un pensiero inaspettatamente si affaccia, riuscendo quasi a scacciare il tormento.
“Ho trascorso un’estate in un luogo che sembra creato apposta per me. Ho fatto scorta di sorrisi che hanno illuminato le mie giornate. Ho osservato da dentro lo scorrere di una vita lenta. Ho regalato ai miei occhi l’azzurro del mare più bello. Ho imparato parole nuove, che userò quando le mie non basteranno più. Può tutto questo, adesso, darmi tormento?”
Non può.
A sorpresa, le sensazioni che quest’estate mi ha donato, sono le stesse che mi hanno salvato.
Nella gara tra la tristezza e la gioia, ha vinto la scoperta.

Mariapiera Miele

Il percorso ad ostacoli del diavolo veste Prada

“Il diavolo veste Prada”, il film che ha fatto divertire e sognare tutti, soprattutto le donne, fashion victim per eccellenza, l’ho visto tante volte, senza annoiarmi mai.
L’ultima risale a due mesi fa. Ai tempi del coronavirus è necessario scegliere attentamente cosa proporre a se stessi dopo una giornata di quarantena.
La trama la conosciamo tutti, ma ritengo opportuno fare un breve riassunto.
La protagonista, Anne Hathaway, è una aspirante giornalista che viene catapultata nella più blasonata rivista di moda americana. Lei è tutto tranne che una fashion victim, eppure accetta la sfida con il solo scopo di raggiungere poi le redazioni delle riviste che davvero la interessano. Il suo atteggiamento iniziale è ironicamente saccente. Lei, ragazza colta, in gamba e controcorrente, sta facendo un favore, con la sua semplice presenza, alla rivista più famosa d’America. La protagonista in questione, infatti, snobba la moda e tutto quello che le gira intorno. Non perde occasione per dimostrarlo, dato che veste in maniera indecorosa e non ha cura alcuna della sua persona. Suo malgrado si rende conto che con questo spirito le cose non possono funzionare. Quindi, senza tradire il suo cervello, decide di metterlo all’opera, dando il meglio di sè e dimostrando che se si è in gamba, lo si è sempre e comunque, in qualunque situazione, lavorativa e non. Errori ne commette anche lei ma, alla fine, quando si tratta davvero di dover scegliere, fa’ la cosa giusta. Premio del percorso ad ostacoli un lavoro in una testata giornalistica che le calza a pennello e che, probabilmente, non avrebbe mai preso in considerazione la protagonista se sul curriculum non ci fosse stato scritto il nome della tanto blasonata e vacua rivista di moda. Quante deviazioni siamo disposti ad accettare in nome del nostro obiettivo?
Ogni volta che mi imbatto in film nei quali il protagonista sembra debba scendere a compromessi per ottenere quello che desidera realmente, mi domando cosa farei io al suo posto. La risposta non credo serbi chissà quali colpi di scena. Quanto teniamo al nostro obiettivo? La passione che ci motiva ci dirà cosa siamo disposti a fare e fino a dove riteniamo di poterci “abbassare”. Questa, però, è la parte facile. La vera capacità si misura nel sapersi rialzare. Se il tragitto che abbiamo intrapreso è solo una deviazione dalla nostra destinazione, dobbiamo sapere con precisione quando rimetterci sulla strada principale per arrivare al traguardo. Il percorso alternativo non può diventare quello originale, bisogna sapere quando lasciarlo perché, citando Paulo Coelho, “l’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare”. In questi mesi una pandemia ha obbligato la maggior parte di noi a fermarsi ed è stato un dono di cui fare tesoro. Adesso, però, dobbiamo ripartire. Che aspettiamo allora? Mettiamo in moto, guardiamo a destra, guardiamo a sinistra e premiamo l’acceleratore. La destinazione è la stessa di quando siamo saliti in macchina la prima volta, non dimentichiamolo. Non è l’autogrill, né la piazzola di sosta. E non è neanche una delle tante tappe intermedie che ci aiutano a smaltire i lunghi viaggi. La destinazione è quella che ci ha fatto progettare il viaggio, preparare i bagagli e decidere di partire, perché “se uno fa una cosa per un fine, non vuole la cosa che fa, bensì la cosa per cui fa quello che fa”, come diceva il buon vecchio Socrate.

Matilda sei mitica e l’ottimismo

Matilda sei mitica”, il film tratto dal libro dell’inimitabile Roald Dahl,è uno di quei capolavori che potrei rivedere all’infinito.
Non decidiamo noi dove, quando e in casa di chi nascere. È fortuna, pura e semplice fortuna. È uno dei rari casi della vita in cui non possiamo intervenire con raccomandazioni o richieste di corsie preferenziali.
Può andar bene o può andar male.
A Matilda, purtroppo, non è andata proprio benissimo, anzi, la famiglia dove nasce è quanto di peggio una mente possa immaginare.
Eppure, questa travolgente bambina, dall’inizio alla fine della storia tiene fede a se stessa.
Non rinuncia a vivere la sua vita, nel pieno rispetto delle sue peculiari doti.
In questi giorni, per motivi personali, legati al graduale rientro alla normalità e quindi, alle “solite” frequentazioni e amicizie, mi è capitato di riflettere approfonditamente su questo argomento.
Abbiamo dovuto confrontarci con l’inaspettato, ovvero la totale rinuncia alla nostra libertà.
Personalmente penso che, se ci viene tolto tutto, ciò di cui sentiremo la mancanza, è ciò che realmente ci rappresenta. È quello che realmente siamo.
Come tutti coloro i quali vivono in un paese libero e democratico, non mi ero mai confrontata con un evento del genere.
Non avevo mai avuto la fortuna di essere privata di tutto, per scoprire che poi, quello che mi sarebbe mancato, erano solo un paio di cosette.
Questa pandemia, in due mesi, ha fatto la pulizia che in tanti anni mi prefiggevo di iniziare e portare a termine.
Scrivere e viaggiare sono i pilastri della mia vita.
Il primo ho potuto continuare a farlo, il secondo no e mi è mancato come l’aria che respiro.
Tutto sommato, però, era prevedibile.
L’imprevedibile è stato altro.
Mi ha meravigliato la reazione di tante persone che conosco da anni e che mai avrei creduto essere così negative.
Mi ha meravigliato l’indifferenza di altrettanti amici storici che si sono limitati a guardare solo la superficie di tutta questa storia.
Mi ha meravigliato l’ingenuità con la quale persone che ritenevo in gamba hanno accettato, senza mettere in discussione, tutto quello che telegiornali e affini ci hanno propinato.
Ma più di tutti mi ha meravigliato la natura, che con tutta la sua grandezza ha dimostrato che il vero virus siamo noi.
Vi starete chiedendo……
“Cosa c’entra Matilda con tutto questo?”
C’entra eccome!
Matilda è nata e vive in una famiglia che non si accorge di lei.
Una madre, un padre ed un fratello ciechi!
Lei e loro parlano due lingue diverse.
La bambina alla fine del film sceglie la sua maestra, acquistando, meritatamente, una nuova famiglia adatta a lei.
Sceglie la famiglia che parla la sua stessa lingua.
Questo film rappresenta il mio personale percorso durante questa pandemia.
Ho viaggiato, nei giorni della quarantena, attraversando i mondi di svariate emozioni, molte delle quali totalmente nuove e sconosciute. È stato un viaggio interessante, che ha trasformato un evento drammatico in qualcosa di buono.
Mi ha aiutato a capire aspetti di me sui quali mi arrovellavo da anni.
Ho scoperto di essere un’ottimista incallita.
Ho scoperto che ragiono con la mia testa.
Ho scoperto che più provano a spaventarmi e più falliscono.
Ho scoperto che mi piace motivare le persone alle quali voglio bene.
Ho scoperto che non mi arrendo.
Ho scoperto che avere paura non serve.
Ho scoperto che l’unione che fa la forza.
Ho scoperto che la strada è ricca di possibilità.
Ho scoperto che il tempo è prezioso.
Ho scoperto che la vita è un dono quotidiano con un senso dell’umorismo di una potenza tale che dovremmo avere sempre un sorriso stampato sul nostro viso.
Ho scoperto anche, però, che qualsiasi siano le nostre qualità c’è bisogno di avere fiducia in se stessi per utilizzarle e dar loro la voce.
Io, di fiducia in me ne ho davvero poca o comunque non abbastanza per insistere e trasmettere il mio ottimismo a tutti.
Il mondo affettivo e relazionale che mi ha circondato, al tempo del coronavirus, non parlava la mia stessa lingua ed io non ho avuto la giusta dose di fiducia in me per esprimere la mia positività.
Anzi, quando l’ho fatto non è andata benissimo.
Sono apparsa superficiale ed infantile.
Non capivano cosa io volessi dire.
Mi sono sentita ridicola ed ho dubitato di me.
Poi, un bel giorno, mi è venuta in mente Matilda.
Sarò stata vittima, probabilmente, di uno dei suoi incantesimi, perché all’improvviso mi sono sentita più forte ed ho creduto che il modo migliore fosse quello di scrivere quest’articolo, per gridare al mondo tutte le mie scoperte.*
Chi avrà voglia lo leggerà, ho pensato.
E, visto che come diceva Rod Stewart, “l’ottimismo è la mia miglior difesa”, vi giro l’augurio di Marlene Dietrich, “cercate di essere ottimisti, c’è sempre tempo per mettersi a piangere”  e vi lascio con le parole del medico e scrittore svizzero Paul Tournier: “Alla fine, le persone che vincono sono quelle che pensano di potercela fare.”

Catastrofi ed altre opportunità

“Voi occidentali avete l’ora, ma non avete il tempo,” recitava Mahatma Gandhi.

“Io sono leggenda”, con Will Simth, è nella top ten dei film che, definire angoscianti, è poco. La pellicola, che ha avuto un successo mondiale, parla di un sopravvissuto ad una catastrofe umana. In seguito alla scoperta di una terapia per i tumori, tutta l’umanità viene sottoposta alla cura. Gli esseri umani si tramutano in zombie dai quali il protagonista, essendo inspiegabilmente immune alla metamorfosi, deve difendersi. Credetemi, ho avuto incubi per mesi interi, dopo averlo visto. Ho pensato a quali potessero essere le motivazioni che portano una mente sana alla decisione di produrre un film del genere. E, pur non avendo la risposta, il mio animo si tranquillizzava pensando che, appunto, era solo un lungometraggio frutto della fantasia. Poi arriva il Coronavirus. Non è la stessa cosa, per fortuna, ma era inevitabile che i cortocircuiti del mio cervello si organizzasero per collegare la pandemia al film.
Prima di andare avanti vorrei fare una premessa.
Non è il virus in sé che mi spaventa. Non ho paura di ammalarmi.
Il modo in cui si sono trasformate le nostre vite, però, mi ha fatto pensare alla pellicola in questione.
Così, i primi tempi l’angoscia ha preso il sopravvento.
Ho sperimentato emozioni nuove.
Il tipo di afflizione, con annodamento dello stomaco, sospiri e commozione facile, era diverso. In quel modo non lo avevo mai percepito.
Sapere che, anche solo in teoria, non c’era un posto nel mondo dove avrei potuto rifugiarmi, mi ha fatto provare l’impotenza.
Quest’ultima è un’emozione che mi fa compagnia ogniqualvolta non posso agire per risolvere il problema o l’ostacolo che mi si sta presentando.
Poi ho preparato un percorso di training per il mio cervello, partendo dal pensiero dello psicologo Giorgio Nardone.
Per ogni problema l’uomo è in grado di trovare minimo cinque soluzioni, semplicemente cambiando il punto di vista.
Non ne ho trovate cinque, ma solo una.
Una, vi assicuro, è già più che sufficiente.
Le altre arriveranno. È questione di allenamento.
Ho capito che non potevo trovare una soluzione al problema, ma dovevo capire il problema.
Un po’ come quando i bambini si intestardiscono con un capriccio. C’è un momento in cui il genitore può solo arrendersi, sedersi vicino al bimbo e capire perchè sta succedendo.
Ho preso una sediolina e mi sono idealmente seduta accanto al virus.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata ed alla fine ho capito la mia verità.
Nulla capita per caso.
Il coronavirus si è preso la libertà di venire a bussare, personalmente, alla porta di ciascuni di noi.
Non perchè voglia il nostro male, tutt’altro.
Vuole farci un regalo. Il problema è che, questo regalo, noi non lo avremmo mai accettato.
Così, è stato costretto ad usare le maniere forti.
Ci ha obbligato a fermarci.
Lo stop ha voluto dire riprendere in mano la nostra vita.
Ha voluto dire avere tempo.
Inevitabile è insorta la domanda:
“Come utilizzo questo tempo?”
La risposta è stata:
“Come vuoi tu. Non c’è un giudizio finale.”
Non c’è una cosa migliore di un’altra.
Ci siamo noi.
Poter avere tempo, è questo il dono.
Ce ne può essere uno più bello?
Tutti siamo coinvolti, e tutti possiamo trasformare questa pandemia in un’opportunità.
Ascoltiamoci.
Riprendiamo ciò che ci appartiene, partendo da noi.
Non servono i centri commerciali, le palestre o i parrucchieri.
Un unico ingrediente è necessario.
“Me stesso.”
Sto assistendo a scene di panico dovute all’essere nulla, senza il nostro lavoro.
Capite la gravità?
Noi non siamo il nostro lavoro, per fortuna, aggiungo.
E se, per un qualche motivo, non possiamo svolgere il nostro dovere per un po’ di tempo, non possiamo sentirci persi.
Se è così che ci sentiamo, vuol dire che abbiamo semplicemente sbagliato tutto.
La chiacchierata tra me ed il virus sarà ancora molto lunga, come la quarantena del resto.
La piacevola scoperta, d’altronde, che abbiamo così tanto da dirci, mi riempie di gioia e mi ha generosamente elargito una importante lezione.
Per godere del lieto fine dobbiamo arrivare al termine della storia.
Tutto quello che viene prima fa parte del racconto e conta ancor più del finale.
Vi saluto con il link di oggi.

MARIAPIERA MIELE

Il “se” e la sua comitiva

Se non avessi dovuto fare benzina, non sarei arrivata tardi.

Se avessi più tempo, mi iscriverei in palestra.

Se non vivessi in una piccola città, avrei molte più possbilità di realizzarmi.

Se mia suocera non fosse così odiosa, il mio matrimonio funzionerebbe meglio.

Potrei andare avanti ad oltranza ed esaurire anche la pazienza del mio computer.

Se….se……se…..se……

Gli indiani dicono che quanti meno “se” ci sono nella nostra vita, tanto più siamo in equilibrio con noi stessi.

Certo, è semplice parlare quando si vive nella parte orientale del mondo.

Meditazione, buddismo, ritmi lenti, sorrisi ovunque, gentilezza, ascoltare il prossimo, rispettare il prossimo, aiutarsi.

Per noi, invece, che rappresentiamo “la parte civile del momdo”, non è così facile.

Noi non abbiamo tempo per sorridere, ascoltare qualcuno, rispettare qualcuno, aiutare chiunque, rallentare il ritmo, essere gentili. Sorridere poi! Perchè? Ce n’è motivo?

Torniamo seri, allora.

Ho molti colleghi indiani, li conosco da tanti anni e stare con loro, vi assicuro, è come una settimana di relax in un hotel di lusso con spa.

Eppure i problemi sono patrimonio dell’umanità. Chi non ne ha?

Anche loro ne hanno, ma questo non cambia il loro modo di vivere.

Non ne sono minimamente scalfiti.

E’ a loro che devo il mio primo proposito per il 2020.

Leggerezza”, è il nome che gli ho dato.

Spero che nessuno di voi si aspetti da me la ricetta.

Posso condividere con voi, però, il mio ragionamento.

La logica ci dice che non possiamo cambiare nulla di ciò che ci circonda.

Non possiamo intervenire sul carattere del collega opportunista di turno.

Non possiamo intervenire sulla suocera.

Non possiamo cambiare l’assetto urbanistico della città dove viviamo.

Non possiamo costringere chi è a più stretto contatto con noi a comportarsi nella maniera che più ci rende felici.

Ed anche in questo caso potrei andare avanti all’infinito.

Quello che ci è dato fare, però, è intervenire su noi stessi.

Questo insostituibile potere, ve lo assicuro, non ce lo può togliere nessuno, a meno che non siamo noi a permetterlo.

Li ho osservati bene (gli indiani).

C’è un punto comune, che seguno tutti.

Tengono fede a se stessi.

Non fanno nulla, ma proprio nulla, che non rispetti quello che sono.

Sinceramente, credo che il segreto sia solo questo.

Tener fede a se stessi, rappresenta il punto di inizio e il punto di arrivo.

Vuol dire che tutto nella nostra vita deve rispettare chi siamo.

Dal lavoro, alle amicizie, all’amore, agli hobby. Tutto.

Certo è un gran casino.

Come si fa?

Probabilmente, molti di noi, non hanno rispettato se stessi neanche in uno degli aspetti elencati.

Vi do una notizia, però.

Siete sempre in tempo.

Una volta, una mia cugina americana mi ha detto.

You are alive, do something!”.

“Tu sei viva, fa’ qualcosa!”

Iniziate oggi stesso, sempre a piccoli passi.

Partite da ciò che vi è più facile. Trattatevi bene, non mettetevi in difficoltà.

Sedetevi su una poltrona. Svuotate la mente il più possibile. Ascoltatevi. Fate amicizia con voi stessi.

Chi sono? Cosa mi piace e cosa non mi piace?

Ricordate la commedia americana “Se scappi ti sposo,” con Julia Roberts e Richard Gere?

La protagonista, il giorno del suo matrimonio scappa durante la funzione in chiesa.

Dopo varie fughe e vari matrimoni annullati, si rende conto che il problema non è il fututro marito di turno, ma lei.

C’è un particolare del film, davvero un’inezia, che mi fa sempre riflettere.

Il modo in cui lei preferisce mangiare le uova, cambia insieme al fidanzato del momento.

“L’uovo preferito” del fidanzato diventa anche il suo.

Quando finalmente capisce che deve ricominciare partendo da se stessa, cucina l’uovo in una quindicina di modi diversi.

Li assaggia tutti, per scoprire che le piace solo in un modo. Il suo modo, appunto.

Se pensate di non sapere da dove iniziare, non spaventatevi.

Si inizia dalla piccole cose.

Come vi piace mangiarlo, l’uovo?

Non abbiamo bisogno di aiuto.

Sono io l’ostacolo di me stessa.

NO HELP.

MI SONO PERSA

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. Perciò l’eccellenza non è un’azione, ma un’abitudine,” diceva Aristotele.

La routine quotidiana, per molti di noi, è un insieme di azioni che si ripetono in maniera identica ogni giorno.

Mi sveglio, mi alzo, faccio colazione, mi preparo, esco di casa, porto i bambini a scuola, o, se non ho bambini, vado a lavoro, o, se non lavoro, vado a fare delle commissioni e così via.

Noi siamo questo?

E’ la domanda che mi pongo tutte le volte che mi capita di leggere questa citazione.

Io sono questo?

Ma noooo, dico istintivamente.

Dentro di me, però, c’è una vocina, che è un po’ come il grillo parlante di Pinocchio.

Ne sei sicura?

Da quanto tempo la tua giornata va avanti così?

Quando è stata l’ultima volta che si è svolta diversamente?

E anche se dicessi….beh, la settimana scorsa!

Non vale.

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente,” cioè, più o meno, ogni giorno. Non, una volta in sei mesi.

Quindi?

Quindi è successo che sono stufa!

Vi ricordate Sandra Mondaini, in Casa Vianello?

Che barba, che noia! Ma guarda che io son stufa eh? Io son stufa!

Ecco, questa sono io, caro Aristotele.

La mia routine sarà anche quel noioso elenco, ma non sono io.

E te lo dimostrerò…..prima o poi.

E’ il prima o poi, il problema.

Forse perchè dimentichiamo che il tempo a nostra disposizione ha una data di scadenza.

Poi, leggendo il post di Ely, del blog “Too happy to be homesick”, ho avuto un’illuminazione.

Ely scrive:

La bussola si è rotta.

La mappa si è strappata.

Mi sono persa.

Sono libera.”

Dobbiamo perderci, non c’è altra soluzione.

Perdersi significa liberarsi delle etichette che limitano e incanalano la nostra vita, ogni giorno, sempre nella stessa direzione.

Perdersi significa ricominciare daccapo, con la maturità e le esperienze conquistate.

Perdersi significa alleggerire la nostra mongolfiera per volare più in alto, o semplicemente per direzionarla meglio.

Perdersi significa venir fuori per quello che siamo.

Perdersi è spogliarsi. E, solo spogliandosi di ciò che non ci appartiene, possiamo vedere cosa c’è sotto.

Così da poter poi esclamare:

Ma dai? Sono io questa?

Non lo sapevo.”

E come si fa?

La risposta è difficile, ma non impossibile.

Ognuno di noi vibra, si accende ed è felice in alcune circostanze.

Tutti, nessuno escluso. Ed è da lì che dobbiamo partire.

Le emozioni positive che proviamo, anche se molto saltuariamente, dobbiamo fare in modo di moltiplicarle. Siamo noi l’unica cassa di risonanza che può farlo.

Non ignoriamole.

“Mi sono emozionato sentendo quell’amico che ha fatto snorkeling la scorsa estate.”

Benissimo, iniziamo iscrivendoci ad un corso per sub.

“Che bello sentire il racconto di quell’amica che tre volte all’anno va in giro per mercatini dell’antiquariato.”

Perfetto, iniziamo anche noi.

Non rimandiamo, mai, per nessun motivo, quello che ci fa stare bene.

Ogni giorno è una nuova opportunità.

Ascoltiamoci, sempre.

E’ il collegamento con noi stessi che deve rimanere costantemente attivo, non quelo con il cellulare.

La mente ci parla di continuo, siamo noi che facciamo i sordi.

Vi propongo di istituire nella vostra routine, la rubrica “Un proposito al giorno.”

E’ intutile dire che deve essere “al giorno” e non “alla settimana”, altrimenti Aristotele ci rimprovera.

Ricordate…..”Siamo quello che facciamo ripetutamente.”

Ogni giorno fate in modo da far vibrare il vostro dono.

Conquistatevi.

Impegnatevi affinchè il vostro sé si innamori così follemente di voi che sia costretto ad uscire allo scoperto.

Sarà dura, non c’è dubbio.

Ma, dite un po’……avete qualcosa da perdere?

La vera libertà dei delfini è solo in mare.

Tocca a voi trovare la vostra.