Le etichette e noi

Quando interno ed esterno non coincidono e lo scopri che sei già grande……

Il dubbio l’ho sempre avuto. Da adulta ne ho semplicemente riscontrato la fondatezza.

La mia mimica facciale, il modo in cui le emozioni disegnano il mio viso, la lingua che il mio volto utilizza per comunicare con il mondo, non è quella che parlo io.

Non so neanche dove, i miei lineamenti, l’abbiano imparata.

Il pensiero ha iniziato a farmi visita tanti anni fa.

Avrò avuto quattordici o quindici anni e giocavo a pallavolo già da sette anni, sempre con la stessa squadra e con lo stesso mister. La premessa è importante per sottintendere che i protagonisti del racconto erano persone che mi conoscevano da tempo.

Fu durante una partita importante per accedere alle regionali.

Ero in campo, in difesa, concentratissima a non sbagliare.

Stavamo perdendo.

Il mister chiama un break per parlarci. Si arrabbia un po’ con tutte noi e poi conclude dicendo “e tu, sveglia! Guardo la tua faccia e sembra che stai dormendo! Concentrati un po’!”

Sono passati davvero tanti anni, eppure io non riesco a dimenticare quel rimprovero. Non ricordo se abbiamo vinto la partita. Non ricordo se siamo andate alle regionali.

Ricordo solo quelle parole.

Ne ho avute di ramanzine nella mia vita, come tutti penso, ma quella era diversa.

Io non stavo dormendo. Ce la stavo mettendo tutta ed ero super concentrata.

Premetto che il mio mister era bravissimo, voleva bene a tutte noi e non era il tipo da nutrire simpatie o antipatie.

Semplicemente, ciò che appariva all’esterno, era tutt’altro.

La concentrazione, disegnata sul mio volto, sembrava un attacco di narcolessia.

Quella è stata la prima volta in cui ho preso consapevolezza del fatto che ciò che vorrei dire con gli occhi, con una flessione delle labbra o con il colore delle guance, il più delle volte, non coincide con quello che provo.

Crescendo ho avuto poi svariate conferme.

È per questo che mi rattristo infinitamente nell’assistere alle etichette che di continuo vengono fatte indossare ad ognuno di noi, dalla nostra stessa società, ovvero da tutti quelli che ci circondano, senza che il diretto interessato ne sia il più delle volte consapevole.

Conosciamo gli altri troppo poco per esprimere giudizi, eppure lo facciamo incessantemente.

Scrollarsi dalla definizione che ci viene generosamente donata è quasi impossibile.

Risultato: è molto più semplice cambiare definitivamente il proprio indirizzo!

Come ho fatto io.

A diciotto anni sono andata via ed ho ricominciato tutto daccapo.

È ovvio che ricominciare vuol dire essere pronti a nuove etichette. Quelle arrivano ovunque voi vi troviate, un po’ come le formiche.

Questa volta, però, mi sono impegnata a guadagnare etichette che mi somigliassero di più.

Ci sono riuscita.

Il problema è sorto quando, dato che la vita ha uno strano senso dell’umorismo, sono rientrata alla base.

Con mia grande sorpresa, le etichette dei miei primi diciotto anni erano lì ad attendermi.

Timida e snob sono le più gettonate, ma l’elenco è lungo.

E allora ho capito. Non c’è da offendersi, chissà quante ne ho regalate io di etichette nella mia vita!

Il conflitto sorge quando tu proprio non ci rientri in quelle definizioni e allora i comportamenti e le reazioni stupiscono chi ti circonda come se non fossi più tu, senza pensare che forse quella persona, creata dal giudizio superficiale del prossimo, non è mai esistita.

E allora mi vengono in mente le parole di Charles Bukowski:

E pensavo: forse mi ci abituerò. Non mi ci abituai mai.”