La collina misteriosa

C’era una volta una collina, non tanto alta, da non poter essere scalata, ma neanche tanto comoda da poter esser percorsa.

Vista da lontano, appariva come il luogo più incantevole che la natura avesse mai creato.

Via via che ci si avvicinava, tale spettacolo di perfezione, perdeva qualsivoglia fascino.

Iniziando a camminare sopra di essa, per raggiungerne la cima, si restava smarriti di fronte a tanta bruttezza.

Gli alberi e gli arbusti, a distanza, sembravano fermi lì, in attesa di qualcuno da proteggere, con le loro verdi chiome, in un rassicurante abbraccio. Una volta raggiunti, invece, quasi ti cacciavano, muovendo i rami come in balia di forti raffiche di vento, affinchè nessuno osasse stare nei dintorni.

L’erba, tenera e di un color verde morbido, appariva come il luogo più soffice dove potersi distendere e godere del meritato panorama.

L’idea, anche solo di sfiorarla, abbandonava tutti, una volta giunti in cima.

Quel dolce manto erboso, altro non era, che un insieme di ortiche abitate da una varietà di insetti inopportuni.

I fiori, poi, la coloravano di sfumature camaleontiche, che donavano alla collina un aspetto diverso per ogni piccolo movimento della terra intorno al sole.

Finanche con la luna, i colori si reinventavano.

Per queste ed altre ragioni, era diventato uno dei luoghi più visitati al mondo.

Tutti arrivavano con lo scopo di capire.

La scena si ripeteva all’infinito.

Si posizionavano nel punto panoramico migliore, da dove la collina appariva in tutto il suo splendore.

Emettevano gridolini di meraviglia ed, entusiasti, si avvicinavano per dare inizio alla scalata della misteriosa altura.

I più si arrendevano subito, arrestando l’impresa dopo i primi cento o duecento passi.

I volenterosi riuscivano ad arrivare a metà percorso.

Quelli realmente determinati, invece, giungevano in cima con la speranza, nel cuore, che il loro impegno fosse premiato.

Così non era, purtroppo.

O almeno, così sembrava essere.

Un giorno, il preside di una scuola decise di organizzare la gita di fine anno dei suoi ragazzi proprio lì.

Ne furono tutti felici. La fama del luogo era diventata tale che, la collina, era stata finanche argomento di studio del programma di scienze.

La classe terza media del paese di Chissaddove, il giorno Numerato, del mese Sorteggiato, partì per l’affascinante poggio.

Tutti i professori si offrirono di accompagnare i ragazzi.

Gli insegnanti quasi superarono di numero gli alunni.

Meglio così, pensò il preside, sicuro, in cuor suo, che quei ragazzi avrebbero risolto il mistero e la sua scuola sarebbe stata oggetto di un successo mondiale.

Insieme alla professoressa di scienze, avevano elaborato così tante teorie, che, anche i più fannulloni, avevano deciso di aprire i libri, incuriositi.

Durante il viaggio in pullmann ripetereno a voce alta il piano predisposto.

Avrebbero percorso il primo tratto, quello con la terra che si solleva in grandi nuvole di polvere, pensando di giocare a mosca cieca. Avrebbero formato un trenino, chiuso gli occhi e camminato aggrappati gli uni agli altri. Il capotreno, la professoressa, in virtù degli appositi occhiali anti-polvere provenienti dalla Nasa (avuti grazie ad un amico di un suo lontano zio), avrebbe portato tutti in salvo fino all’ostacolo successivo.

Così fu.

Dopo l’attacco polveroso toccava difendersi dai cespugli pelosi, che si allungavano per pungere chiunque fosse nelle vicinanze.

Questa era stata difficile da risolvere, ma avevano studiato, per mesi, tutti, nessuno escluso.

Fu proprio l’allievo Nonvoglio di nome e Odiolascuola di cognome a risolvere l’incoveniente.

Il papà era un apicoltore. Lavorava con le api per produrre il miele.

Donò a tutta la classe ed a tutti i professori le tute apposite.

I cespugli pelosi furono superati senza alcuna difficoltà, anzi, tutti risero e si divertirono mentre li attraversarono.

La terza prova, quella degli alberi in balia di improvvise raffiche di vento, aveva arenato la classe durante tutto il primo quadrimestre.

Erano stati interpellati anche lo zio di Sottutto di nome e Nonsbagliomai di cognome e il papà di Sapientino di nome e Clementoni di cognome.

Niente da fare.

Meno male che arrivò in soccorso il bidello Melino. Nessuno sapeva il suo vero nome. Era per tutti Melino, perchè, quando non era a scuola, coltivava alberi di mele. Era una tradizione di famiglia. Suo padre, suo nonno, il suo bisnonno e il suo trisnonno avevano da sempre coltivato alberi di mele.

Melino sapeva bene come difendersi dagli alberi infuriati dal vento.

Se non avesse saputo farlo, avrebbe avuto la testa piena di bitorzoli per tutte le mele che sarebbero ogni giorno piombate all’improvviso sulla sua capoccia.

Bastava sapere in che direzione soffiava il vento e seguirne il movimento. Mai andare nella direzione opposta.

Sarebbero stati schiaffeggiati da ogni singolo ramo.

“Seguite la direzione,” aveva detto ai ragazzi. E, per ogni giro completato intorno all’albero, fate un passo verso il tronco. Sarà come camminare disegnando una spirale, la stessa spirale che traccia il vento. Arrivati al tronco sarete salvi. Lì, nessuno vi toccherà più.

I ragazzi, ma anche i professori, avrebbero tanto voluto che Melino andasse con loro, ma lui fu irremovibile.

Non avrebbe mai lasciato, nenache per un giorno, i suoi amati alberi di mele.

D’altronde, si rivelò essere un ottimo insegnante.

Eseguirono tutti insieme, all’unisono, come la migliore compagnia di balletto, la danza della spirale.

Quando arrivarono al tronco, un immenso abbraccio ricoprì l’albero, che stavolta rispose anche lui, allungando i suoi rami con dolcezza, come a voler preservare quell’unione perfetta con la natura.

L’ultima tappa era la cima erbosa dispettosa, così come era stata giocosamente ribattezzata.

Vi giunsero senza particolari problemi, pronti ad essere attaccati da irritanti ortiche e fastidiosi insetti.

Avevo dimenticato di dirvi una cosa.

Tutti i provetti scalatori si erano cimentati nell’impresa solo nella stagione estiva. Il clima è più bello e avrebbero potuto godere del meritato paesaggio.

La scuola di Chissaddove, invece, dopo un approfondito studio, aveva scoperto che d’inverno ci sono meno ortiche e meno insetti.

Quindi, per superare l’ultimo intralcio, avevano semplicemente spostato la gita di fine anno a metà anno, nella stagione invernale.

La cima li accolse, all’ora del tramonto, con uno spettacolo unico.

Sembrava quasi che ogni elemento della natura si riunisse, negli istanti del crepuscolo, per ringraziare il sole di averci donato un altro giorno del suo tempo. Tutt’intorno era una tavolozza di colori che si divertiva ad inventare tonalità di rosso non ancora pensate.

Il sole sorrise, facendo un ultimo capolino tra le montagne, per poi godersi il meritato riposo.

Rimasero tutti in silenzio, quasi dimenticandosi di respirare, per non arrecar fastidio a nessuno.

Dopo che il sole li ebbe salutati, si abbracciarono tutti, nuovamente, e promisero che mai avrebbero rivelato il segreto della collina misteriosa.

La bellezza è dentro di noi e può estendersi fino ad illuminare tutto, proprio come il sole all’alba, quando sorge, o al tramonto, quando ci saluta.

Fin dove può arrivare dipende solo da noi.

Coloro i quali scaleranno la collina alla ricerca della bellezza non troveranno nulla.

Coloro i quali scaleranno la collina per ritrovare la bellezza che avevano perso, forse, non si perderanno mai più.

P.S. Per riuscire a scalare la collina bisognava rispettare la natura, senza nuocerla ed apprezzandone anche le spigolosità.

La scuola di Chissaddove, non aveva scacciato le nuvole di polvere, ma semplicemente chiuso gli occhi, giocando a mosca cieca.

Non aveva tranciato i cespugli pelosi per difendersi, scegliendo di attraversarli, sorridendo loro, con indosso le tute per le api.

Aveva poi danzato insieme agli alberi ed al vento, abbracciandone, alla fine, il tronco.

Per quanto riguarda l’ortica e gli insetti, siamo pur sempre a casa loro.

E, come per tutti gli ospiti, bisogna aspettare di essere invitati.

L’invito è giunto nella stagione invernale, quando la fastidiosa pianta e i numerosi animaletti, lasciano libero il meraviglioso prato, che, seppur ingiallito dalle fredde temperature, è pur sempre pronto ad accoglierci.

MARIAPIERA MIELE

Susanna e Omorfos

C’era una volta una ragazza di nome Susanna. Viveva in un piccolo paesino sul mare, dove tutti gli abitanti erano di una bellezza abbagliante. Non a caso questa località aveva il nome di Omorfos, che in greco vuol dire bello. Chiunque venisse in visita in questo insolito luogo, veniva stregato dalla bellezza del suo popolo. Ecco perchè, con il passare del tempo, nonostante le nuove nascite, il paesino era oramai ridotto a poche anime. Ogni turista che faceva tappa qui si portava via, per amore, un lui o una lei di Omorfos. Susanna era la prima di tre sorelle, tutte bellissime naturalmente. Lei, però, era l’unica in tutto il paese a possedere una dote peculiare. Oltre ad essere bella era anche molto intelligente. Tutti, uomini, donne, anziani e bambini, per qualsiasi problema, si recavano da lei a chiedere aiuto. Chiunque andasse da Susanna, sapeva che non c’era domanda che non avesse risposta, o problema che non avesse soluzione. Aveva una parola gentile per tutti e cucinava i lofredaski più buoni del mondo. I lofredaski erano i dolci tipici di Omorfos. Somigliavano a dei biscotti fatti di una pasta speciale, che racchiudeva un ripieno ancor più speciale. Grazie a Susanna erano diventati il simbolo del paese e gran parte dell’economia del luogo era influenzata dalla vendita di questi squisiti pasticcini. Un giorno arrivò in paese un ragazzo bellissimo, cosi bello che finanche le donne del posto, nonostante fossero abituate al fascino degli uomini di Omorfos, ne rimasero stregate. Il ragazzo non era capitato qui per caso, anzi…. Era lì per una importante missione. Aveva un problema. Qualcuno gli aveva raccontato che in questo villaggio viveva una ragazza intelligente, in grado di aiutare chiunque. Senza alcun timore l’affascinante ragazzo si era messo in viaggio per recarsi da lei. Arrivato a destinazione i suoi occhi esultarono alla vista di tutta la bellezza che regnava ad Omorfos. D’altronde cercò, nonostante i numerosi ammiccamenti di cui fu preda, di non lasciarsi distrarre. Chiese in giro dove poteva trovare questa arguta ragazza e non fu affatto difficile avere risposta. Ogni abitante, almeno una volta nella vita, era stato da lei. Susanna abitava in una graziosa casa sul mare. Dal balcone della sua stanza si godeva una vista unica. Un panorama che, anche nei giorni di tempesta, era un dono. Il ragazzo arrivò facilmente a destinazione. Susanna, abituata alle innumerevoli visite, non fu sorpresa a sentir bussare alla sua porta. Aprì, ma, con grande stupore del ragazzo, non esclamò, non esultò, non flirtò e non fece assolutamente nulla alla sua vista. Questo sì che è strano. Che dico strano, pensò lui. E’ inaudito. Non c’è nessuna finora che non sia quasi svenuta alla mia vista. “Posso aiutarti?” Chiese Susanna dolcemente.

“Si,” rispose lui impacciato.

“Prego, accomodati.” Susanna lo portò in salotto, dove lo fece accomodare.

“Grazie.”

“Qual è il tuo nome?” Chiese lei.

“Apollo.”

“Come il dio?”

“Direi di si.”

“Non sono l’unica ad avertelo detto, giusto?”

“Ho perso il conto!”

“La mia osservazione è stata banale, ma chi ti ha dato il nome, evidentemente, cercava questo. Non si chiama un bambino Apollo, a meno che non si voglia sentir dire….Ohh, si chiama come il dio!”

“Mai nessuno aveva osato dirmelo, ma credo che possa essere come dici tu.”

“Come posso aiutarti?”

“Mi hanno detto che tu risolvi i problemi delle persone.”

Susanna sorrise.

“Io non risolvo proprio nulla. La via migliore è sempre davanti ai nostri occhi. Io aiuto semplicemente le persone a vedere meglio.”

“Ah, allora non so se potrai aiutarmi.”

“E perchè?”

“Il mio probema è che io non vorrei essere visto, da nessuno. Vorrei, che nel mio caso, le persone smettessero di vedere.”

“E perchè mai?”

“Mi viene il dubbio che a furia di curare la vista degli altri, hai perso la tua. Mi hai osservato bene? Non vedi quanto sono bello? E’ tutta la vita che vengo circondato da donne svenevoli, pronte a fare tutto per me. E non solo da donne. Nessuno mi vede per quello che sono dentro.”

Susanna non si scompose e lo assecondò.

“E’ probabile che tu abbia ragione. La mia vista si deve essere indebolita, quindi credo che non potrò fare nulla per te.”

“Come è possibile? Insisto. Guardami bene!”

Apollo era fuori di sé. Mai nessuno lo aveva fatto sentire così tanto invisibile.

“Mi dispiace,” insistette Susanna, “non vedo nulla di particolarmente degno di nota.”

Questo era davvero troppo. Chi si credeva di essere questa ragazzina?

“In ogni caso,” proseguì lei, sempre impassibile, “continuo a non capire il problema. Che importanza ha se io non vedo la tua bellezza? Tutte le altre la vedono, giusto?”

Apollo cercò di calmarsi. Del resto, aveva affrontato un lungo viaggio. Tanto valeva metterci un po’ di impegno.

“Qui davanti a te, spogliato del mio fascino, mi sento invisibile.”

“Pensaci bene. Sei sicuro che invisibile sia la parola giusta?”

“Forse no. Senza la mia bellezza non so più chi sono.”

“Allora forse è per questo che sei qui da me.”

Apollo era senza parole. Una perfetta estranea, in pochi minuti, lo aveva denudato senza togliergli i vestiti.

“E adesso che cosa faccio? Come posso vivere senza sapere chi sono veramente?”

“Non c’è persona che non la sa. Tutti noi sappaimo chi siamo. Anche lì, è solo un problema di messa a fuoco. Che cosa ti piace fare?”

“Amo il mare e amo nuotare. Potrei passare il resto dei miei giorni in acqua.”

Questo sì che scosse Susanna. D’incanto, il velo opaco che aveva davanti ai suoi occhi fin dalla nascita, e che la spronava ad aiutare gli altri, ogni giorno, sperando che curando la loro vista sarebbe un giorno guarita anche lei…evaporò. In una delle ultime visite oculistiche, un medico decisamente bizzarro le aveva detto….il giorno che due similitudini si incontreranno ne nascerà certamente qualcosa di buono.

“Che cosa significa?” Aveva domandato. Lui, però, non rispose. Susanna era nata con gli occhi velati. Non c’era cura e non si conosceva la causa. Nessuno avrebbe mai potuto prevedere se un giorno sarebbe mai guarita. Quello strano medico, d’altronde, aveva una sua teoria. Il giorno che inciampiamo nella nostra direzione, la caduta risolverà tutto. Quel giorno Susanna non era semplicemente inciampata. Aveva fatto proprio un volo in aria. Lei amava il mare più di ogni altra cosa. Il mare era da sempre l’unica meraviglia della natura che Susanna poteva vedere senza veli. Solo di fronte al mare la sua vista era normale. Era per questa ragione che la sua camera affacciava sul mare e ne era circonadata da ogni lato. La ragazza viveva praticamente nell’acqua, d’estate e d’inverno. Aveva da sempre sperato che l’uomo dei suoi sogni potesse condividere con lei la sua stessa passione. Tra i due ragazzi sbocciò un amore da fiaba e nessuno ne ebbe mai più notizia. Pare siano stati visti allontanarsi all’orizzonte…. e qualcuno giura di aver avvistato una coda da sirena nuotare felice nell’acqua.

MARIAPIERA MIELE