LA LOTTA CHE COMBATTO OGNI GIORNO

È prendere in prestito lettere e fantasia,

ideando dialoghi comprensibili al cuore.

È usare le armi della paura e la potenza della disperazione

per fare a gara con il nemico a cui tieni di più.

È garantire quell’intesa di note che donano sollievo alla sofferenza,

anche quando lo sfinimento ha chiuso la voce.

È inventare il corpo aggiungendo una spalla

che caldamente accolga il disincanto,

mutandolo in coraggio.

È allenare la mente ad accarezzare il dolore,

con il tocco perfetto dell’indulgenza.

È avvalersi di un linguaggio muto,

che riflettendo contro l’ostacolo formerà un eco,

lungo il tempo necessario al suo scopo.

È il braccio di ferro dei muscoli volontari,

che stoicamente allenano la nostra anima alla più alta forma di resistenza.

È scoprire i luoghi dove nasconderci

e dai quali affiorare finita la tempesta.

La lotta che combatto ogni giorno è quella con me stessa,

stando attenta a non vincere troppo e a non perdere sempre.

Mariapiera Miele

Un sospiro di sollievo

Mentre osservo per l’ultima volta il mare giocare con la luce del tramonto, circondata dall’allegro vociare del popolo del lungomare, la tristezza e la gioia fanno a gara per emergere. Il tormento, quell’atroce emozione che accompagna la fine dell’estate, mi dona quel senso di impotenza di chi vorrebbe fermare il tempo ma non può, tornare indietro mille volte, pur sapendo che, presto o tardi, l’istante da cui fugge busserebbe nuovamente con in mano il vassoio della “routine”, scarno e privo di qualsivoglia addobbo. I buoni propositi fanno capolino, con l’intento di alleviare l’inevatibile, ma è sempre troppo poco. La quotidianità avrà la meglio, cancellando l’incatesimo delle emozioni che provo adesso. Poi, all’improvviso, un pensiero inaspettatamente si affaccia, riuscendo quasi a scacciare il tormento.
“Ho trascorso un’estate in un luogo che sembra creato apposta per me. Ho fatto scorta di sorrisi che hanno illuminato le mie giornate. Ho osservato da dentro lo scorrere di una vita lenta. Ho regalato ai miei occhi l’azzurro del mare più bello. Ho imparato parole nuove, che userò quando le mie non basteranno più. Può tutto questo, adesso, darmi tormento?”
Non può.
A sorpresa, le sensazioni che quest’estate mi ha donato, sono le stesse che mi hanno salvato.
Nella gara tra la tristezza e la gioia, ha vinto la scoperta.

Mariapiera Miele

I regali della mattina

La mattina è il momento della giornata che preferisco.

È il momento mio.

È il posto dove mi muovo, ancora in bilico tra il buio e la luce, tra il passato e il futuro.

È negli istanti mattutini che le speranze fanno capolino con leggerezza,regalando la certezza dei desideri nascosti.

È il sapore della vita, che bussa con il soffio di un attimo perfetto,
lasciando in dono il seme del giorno che sarà.

È il suono della vita che ogni giorno ci sorprende con una musica nuova, sapientemente arrangiata affinchè note più alte possano entrare a far parte di noi.

È il profumo che vorremmo indossare e la scia che potremmo lasciare.

È la frazione di tempo che mai più tornerà
e sapientemente spera di divenire eterna per mano nostra,
lasciando il posto al futuro che sarà.

Mariapiera Miele

Il percorso ad ostacoli del diavolo veste Prada

“Il diavolo veste Prada”, il film che ha fatto divertire e sognare tutti, soprattutto le donne, fashion victim per eccellenza, l’ho visto tante volte, senza annoiarmi mai.
L’ultima risale a due mesi fa. Ai tempi del coronavirus è necessario scegliere attentamente cosa proporre a se stessi dopo una giornata di quarantena.
La trama la conosciamo tutti, ma ritengo opportuno fare un breve riassunto.
La protagonista, Anne Hathaway, è una aspirante giornalista che viene catapultata nella più blasonata rivista di moda americana. Lei è tutto tranne che una fashion victim, eppure accetta la sfida con il solo scopo di raggiungere poi le redazioni delle riviste che davvero la interessano. Il suo atteggiamento iniziale è ironicamente saccente. Lei, ragazza colta, in gamba e controcorrente, sta facendo un favore, con la sua semplice presenza, alla rivista più famosa d’America. La protagonista in questione, infatti, snobba la moda e tutto quello che le gira intorno. Non perde occasione per dimostrarlo, dato che veste in maniera indecorosa e non ha cura alcuna della sua persona. Suo malgrado si rende conto che con questo spirito le cose non possono funzionare. Quindi, senza tradire il suo cervello, decide di metterlo all’opera, dando il meglio di sè e dimostrando che se si è in gamba, lo si è sempre e comunque, in qualunque situazione, lavorativa e non. Errori ne commette anche lei ma, alla fine, quando si tratta davvero di dover scegliere, fa’ la cosa giusta. Premio del percorso ad ostacoli un lavoro in una testata giornalistica che le calza a pennello e che, probabilmente, non avrebbe mai preso in considerazione la protagonista se sul curriculum non ci fosse stato scritto il nome della tanto blasonata e vacua rivista di moda. Quante deviazioni siamo disposti ad accettare in nome del nostro obiettivo?
Ogni volta che mi imbatto in film nei quali il protagonista sembra debba scendere a compromessi per ottenere quello che desidera realmente, mi domando cosa farei io al suo posto. La risposta non credo serbi chissà quali colpi di scena. Quanto teniamo al nostro obiettivo? La passione che ci motiva ci dirà cosa siamo disposti a fare e fino a dove riteniamo di poterci “abbassare”. Questa, però, è la parte facile. La vera capacità si misura nel sapersi rialzare. Se il tragitto che abbiamo intrapreso è solo una deviazione dalla nostra destinazione, dobbiamo sapere con precisione quando rimetterci sulla strada principale per arrivare al traguardo. Il percorso alternativo non può diventare quello originale, bisogna sapere quando lasciarlo perché, citando Paulo Coelho, “l’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare”. In questi mesi una pandemia ha obbligato la maggior parte di noi a fermarsi ed è stato un dono di cui fare tesoro. Adesso, però, dobbiamo ripartire. Che aspettiamo allora? Mettiamo in moto, guardiamo a destra, guardiamo a sinistra e premiamo l’acceleratore. La destinazione è la stessa di quando siamo saliti in macchina la prima volta, non dimentichiamolo. Non è l’autogrill, né la piazzola di sosta. E non è neanche una delle tante tappe intermedie che ci aiutano a smaltire i lunghi viaggi. La destinazione è quella che ci ha fatto progettare il viaggio, preparare i bagagli e decidere di partire, perché “se uno fa una cosa per un fine, non vuole la cosa che fa, bensì la cosa per cui fa quello che fa”, come diceva il buon vecchio Socrate.

Ti offro

Ti offro la mia musica, dedicale il tuo tempo.

Ti offro il verde che nasce dalla primavera, non lo troverai altrove.

Ti offro la danza di ogni parte di me, godine.

Ti offro lo specchio liquido necessario a entrambi, non sprecarlo.

Ti offro la bellezza della perfezione, quella che non annoia.

Ti offro me.

Prendimi e abbi cura di noi.

La tua “Natura”.

Mariapiera Miele

Matilda sei mitica e l’ottimismo

Matilda sei mitica”, il film tratto dal libro dell’inimitabile Roald Dahl,è uno di quei capolavori che potrei rivedere all’infinito.
Non decidiamo noi dove, quando e in casa di chi nascere. È fortuna, pura e semplice fortuna. È uno dei rari casi della vita in cui non possiamo intervenire con raccomandazioni o richieste di corsie preferenziali.
Può andar bene o può andar male.
A Matilda, purtroppo, non è andata proprio benissimo, anzi, la famiglia dove nasce è quanto di peggio una mente possa immaginare.
Eppure, questa travolgente bambina, dall’inizio alla fine della storia tiene fede a se stessa.
Non rinuncia a vivere la sua vita, nel pieno rispetto delle sue peculiari doti.
In questi giorni, per motivi personali, legati al graduale rientro alla normalità e quindi, alle “solite” frequentazioni e amicizie, mi è capitato di riflettere approfonditamente su questo argomento.
Abbiamo dovuto confrontarci con l’inaspettato, ovvero la totale rinuncia alla nostra libertà.
Personalmente penso che, se ci viene tolto tutto, ciò di cui sentiremo la mancanza, è ciò che realmente ci rappresenta. È quello che realmente siamo.
Come tutti coloro i quali vivono in un paese libero e democratico, non mi ero mai confrontata con un evento del genere.
Non avevo mai avuto la fortuna di essere privata di tutto, per scoprire che poi, quello che mi sarebbe mancato, erano solo un paio di cosette.
Questa pandemia, in due mesi, ha fatto la pulizia che in tanti anni mi prefiggevo di iniziare e portare a termine.
Scrivere e viaggiare sono i pilastri della mia vita.
Il primo ho potuto continuare a farlo, il secondo no e mi è mancato come l’aria che respiro.
Tutto sommato, però, era prevedibile.
L’imprevedibile è stato altro.
Mi ha meravigliato la reazione di tante persone che conosco da anni e che mai avrei creduto essere così negative.
Mi ha meravigliato l’indifferenza di altrettanti amici storici che si sono limitati a guardare solo la superficie di tutta questa storia.
Mi ha meravigliato l’ingenuità con la quale persone che ritenevo in gamba hanno accettato, senza mettere in discussione, tutto quello che telegiornali e affini ci hanno propinato.
Ma più di tutti mi ha meravigliato la natura, che con tutta la sua grandezza ha dimostrato che il vero virus siamo noi.
Vi starete chiedendo……
“Cosa c’entra Matilda con tutto questo?”
C’entra eccome!
Matilda è nata e vive in una famiglia che non si accorge di lei.
Una madre, un padre ed un fratello ciechi!
Lei e loro parlano due lingue diverse.
La bambina alla fine del film sceglie la sua maestra, acquistando, meritatamente, una nuova famiglia adatta a lei.
Sceglie la famiglia che parla la sua stessa lingua.
Questo film rappresenta il mio personale percorso durante questa pandemia.
Ho viaggiato, nei giorni della quarantena, attraversando i mondi di svariate emozioni, molte delle quali totalmente nuove e sconosciute. È stato un viaggio interessante, che ha trasformato un evento drammatico in qualcosa di buono.
Mi ha aiutato a capire aspetti di me sui quali mi arrovellavo da anni.
Ho scoperto di essere un’ottimista incallita.
Ho scoperto che ragiono con la mia testa.
Ho scoperto che più provano a spaventarmi e più falliscono.
Ho scoperto che mi piace motivare le persone alle quali voglio bene.
Ho scoperto che non mi arrendo.
Ho scoperto che avere paura non serve.
Ho scoperto che l’unione che fa la forza.
Ho scoperto che la strada è ricca di possibilità.
Ho scoperto che il tempo è prezioso.
Ho scoperto che la vita è un dono quotidiano con un senso dell’umorismo di una potenza tale che dovremmo avere sempre un sorriso stampato sul nostro viso.
Ho scoperto anche, però, che qualsiasi siano le nostre qualità c’è bisogno di avere fiducia in se stessi per utilizzarle e dar loro la voce.
Io, di fiducia in me ne ho davvero poca o comunque non abbastanza per insistere e trasmettere il mio ottimismo a tutti.
Il mondo affettivo e relazionale che mi ha circondato, al tempo del coronavirus, non parlava la mia stessa lingua ed io non ho avuto la giusta dose di fiducia in me per esprimere la mia positività.
Anzi, quando l’ho fatto non è andata benissimo.
Sono apparsa superficiale ed infantile.
Non capivano cosa io volessi dire.
Mi sono sentita ridicola ed ho dubitato di me.
Poi, un bel giorno, mi è venuta in mente Matilda.
Sarò stata vittima, probabilmente, di uno dei suoi incantesimi, perché all’improvviso mi sono sentita più forte ed ho creduto che il modo migliore fosse quello di scrivere quest’articolo, per gridare al mondo tutte le mie scoperte.*
Chi avrà voglia lo leggerà, ho pensato.
E, visto che come diceva Rod Stewart, “l’ottimismo è la mia miglior difesa”, vi giro l’augurio di Marlene Dietrich, “cercate di essere ottimisti, c’è sempre tempo per mettersi a piangere”  e vi lascio con le parole del medico e scrittore svizzero Paul Tournier: “Alla fine, le persone che vincono sono quelle che pensano di potercela fare.”

Le etichette e noi

Quando interno ed esterno non coincidono e lo scopri che sei già grande……

Il dubbio l’ho sempre avuto. Da adulta ne ho semplicemente riscontrato la fondatezza.

La mia mimica facciale, il modo in cui le emozioni disegnano il mio viso, la lingua che il mio volto utilizza per comunicare con il mondo, non è quella che parlo io.

Non so neanche dove, i miei lineamenti, l’abbiano imparata.

Il pensiero ha iniziato a farmi visita tanti anni fa.

Avrò avuto quattordici o quindici anni e giocavo a pallavolo già da sette anni, sempre con la stessa squadra e con lo stesso mister. La premessa è importante per sottintendere che i protagonisti del racconto erano persone che mi conoscevano da tempo.

Fu durante una partita importante per accedere alle regionali.

Ero in campo, in difesa, concentratissima a non sbagliare.

Stavamo perdendo.

Il mister chiama un break per parlarci. Si arrabbia un po’ con tutte noi e poi conclude dicendo “e tu, sveglia! Guardo la tua faccia e sembra che stai dormendo! Concentrati un po’!”

Sono passati davvero tanti anni, eppure io non riesco a dimenticare quel rimprovero. Non ricordo se abbiamo vinto la partita. Non ricordo se siamo andate alle regionali.

Ricordo solo quelle parole.

Ne ho avute di ramanzine nella mia vita, come tutti penso, ma quella era diversa.

Io non stavo dormendo. Ce la stavo mettendo tutta ed ero super concentrata.

Premetto che il mio mister era bravissimo, voleva bene a tutte noi e non era il tipo da nutrire simpatie o antipatie.

Semplicemente, ciò che appariva all’esterno, era tutt’altro.

La concentrazione, disegnata sul mio volto, sembrava un attacco di narcolessia.

Quella è stata la prima volta in cui ho preso consapevolezza del fatto che ciò che vorrei dire con gli occhi, con una flessione delle labbra o con il colore delle guance, il più delle volte, non coincide con quello che provo.

Crescendo ho avuto poi svariate conferme.

È per questo che mi rattristo infinitamente nell’assistere alle etichette che di continuo vengono fatte indossare ad ognuno di noi, dalla nostra stessa società, ovvero da tutti quelli che ci circondano, senza che il diretto interessato ne sia il più delle volte consapevole.

Conosciamo gli altri troppo poco per esprimere giudizi, eppure lo facciamo incessantemente.

Scrollarsi dalla definizione che ci viene generosamente donata è quasi impossibile.

Risultato: è molto più semplice cambiare definitivamente il proprio indirizzo!

Come ho fatto io.

A diciotto anni sono andata via ed ho ricominciato tutto daccapo.

È ovvio che ricominciare vuol dire essere pronti a nuove etichette. Quelle arrivano ovunque voi vi troviate, un po’ come le formiche.

Questa volta, però, mi sono impegnata a guadagnare etichette che mi somigliassero di più.

Ci sono riuscita.

Il problema è sorto quando, dato che la vita ha uno strano senso dell’umorismo, sono rientrata alla base.

Con mia grande sorpresa, le etichette dei miei primi diciotto anni erano lì ad attendermi.

Timida e snob sono le più gettonate, ma l’elenco è lungo.

E allora ho capito. Non c’è da offendersi, chissà quante ne ho regalate io di etichette nella mia vita!

Il conflitto sorge quando tu proprio non ci rientri in quelle definizioni e allora i comportamenti e le reazioni stupiscono chi ti circonda come se non fossi più tu, senza pensare che forse quella persona, creata dal giudizio superficiale del prossimo, non è mai esistita.

E allora mi vengono in mente le parole di Charles Bukowski:

E pensavo: forse mi ci abituerò. Non mi ci abituai mai.”

La casa dei sogni

 C’è un ragionamento che mi perseguita senza sosta. Lo sento fuoriuscire dalla bocca delle persone, nei momenti più delicati della mia vita.
“Ho sempre voluto fare il medico, fin da piccolo. Pensa, L’allegro chirurgo, era il mio gioco preferito.”
“Ed eccoci tornati in studio con J.K. Rowling, autrice della saga di successo mondiale, che ha come protagonista il celebre maghetto Harry Potter. Ci dica, come è nata l’idea?”
“Ho sempre voluto scrivere, fin da piccola. Mentre i miei amici si divertivano a giocare, io passavo le ore nel mio mondo fantastico, ricco di avventure.”
Tutte le volte in cui sto per imbarcarmi in una nuova impresa, ovunque io rivolga la mia attenzione, sembra ci sia qualcuno che conosce la propria strada “fin da piccolo”.
Dando per buono che tutti dicano la verità ed esonerando me stessa da qualsivoglia forma di invidia, il pensiero che mi accompagna è il seguente:
“Il giorno che distribuivano le carte del Monopoli con su scritto dove recarsi, evidentemente io ero impegnata in altri giochi.”
Come ci si sente ad occupare un posto in una società in cui la maggioranza delle persone “fin da piccole” sanno cosa faranno da grandi?
Risposta.
Diversi ed in imbarazzo.
Mi soffermerò sul sentimento di imbarazzo.
40 anni è troppo tardi per scoprire quello che vogliamo fare da grandi?
I vari “fin da piccolo” mi fanno sentire così. In ritardo.
È come se, finora, avessi perso tempo, anche se così non è. Prima, ho fatto altro. Ho testato cose che non conoscevo, come fanno i bambini.
Poi, ho deciso. La decisione presa, purtroppo, si scontra con il tempo.
Risultato……..
Finisco per bruciare le mie energie per trascinare me stessa. Mi trasformo nel mio personale motivatore, per convincermi che sono ancora in tempo per diventare una scrittrice.
Che se anche non ho iniziato da piccola, posso ancora realizzare i miei desideri.
Che non devo pensare di non essere in diritto, anche se è così che mi sento.
Una non avente diritto.
Che se esistesse una fila nell’ufficio realizzazione desideri, mi direbbero che mi sono messa in coda troppo tardi.
Ogni mattina, quindi, prima di dare libero sfogo alla mia fantasia, combatto battaglie spietate contro nemici invisibili, nascosti nel labirinto della mente.
A volte li stano, altre no.
Sono le volte in cui torno sconfitta, che mi riparo nella mia personale casa dei sogni, quella che cambia di continuo, e che mi accoglie con un abbraccio “fin da piccola”.

P.S. I libri che ho utilizzato per costruire la piccola casa dei sogni, nella foto, sono stati presi a caso, perché non c’è un libro più bello di un altro. Chi scrive, ci regala il mondo che ha disposizione in quel momento. Siamo noi a decidere se scegliere quel posto oppure no.

Tutto scorre (ovvero Eraclito e il ruscello)

Una mattina, Eraclito, si avvicinò ad un simpatico ruscello.

“Ciao,” disse, “cosa fai?”

Il ruscello, rispose, “sto giocando.”

“In che modo?” Rispose Eraclito.

“Corro, canto, faccio il bagno e schizzo. Schizzare è la cosa che più preferisco,” rispose il ruscello beatamente.

“Tutto solo?” Eraclito era sempre più incuriosito.

“Dei giorni sono solo, altri no. Dipende.”

“Da cosa?”

“Da chi viene a salutarmi.”

“Vengono in tanti?”

“Sono le mie amiche stagioni a deciderlo. In Primavera ed Estate sono sempre in compagnia. Anche in Autunno, qualche amico passa. In Inverno gioco solo.”

Eraclito si sedette sulla riva, nel punto più panoramico. Da lì poteva osservare il tragitto del ruscello. Una crepa nel terreno, aveva disegnato un percorso talmente bello, che sembrava essere nato prima di ciò che aveva intorno. L’acqua aveva sapientemente riempito quella crepa, donandole un fascino inaspettato. La natura aveva impreziosito quello scenario, donando al ruscello una limpidezza tale che il sole non faceva altro che specchiare al suo interno la sua vanità. I salici si divertivano a bagnarsi nelle sue acque, cercando di frenarne il costante movimento. Dava da bere a tutti, dai piccoli abitanti del bosco, agli uccelli. La natura, sembrava quasi dipendere da lui. Dopo aver tanto osservato e pensato, Eraclito decise di porgli una domanda.

“Non hai braccia e non hai gambe. Non hai bocca, né occhi, né naso. Sei incastrato in un percorso stabilito da altri. Tutti, qui, sembrano approfittare di te. Dal sole vanitoso, agli alberi dispettosi, fino agli animali che rischiano di svuotarti a causa della loro sete. Tu, però, sei felice. C’è forse qualcosa che io non ho compreso?”

Il ruscello, senza interrompere il suo movimento, fece un grande schizzo, somigliante allo sbuffo di una balena, in direzione del ragazzo.

Eraclito si alzò di scatto, ma non riuscì ad evitarlo. Si bagnò tutto.

“Tutto quello che hai detto è giusto, eppure è tutto sbagliato.”

Eraclito non osò muoversi.

Il ruscello continuò.

“ Se fossi immobile avresti ragione tu. Il mio io, però, non possiede un posto in permanenza. Si sposta. Tutto in me scorre.”

Eraclito ascoltò e riflettè con attenzione, poi, si spogliò dei vestiti bagnati ed entrò in acqua. Lavò il viso, prestando particolare attenzioni al naso, alla bocca, alle orecchie e agli occhi. Non voleva che alcuno dei cinque sensi fosse intorpidito. Giocò con il ruscello, godendo appieno di ogni istante. Poi, all’imbrunire, quando gli indumenti furono ormai asciutti si rivestì. Prima di salutare il ruscello, condivise con lui quello che aveva imparato.

“Non sei il solo a non fermarti mai. Tutto scorre, per ognuno di noi. In ogni istante della nostra vita tutto si modifca. Domani non saremo le stesse persone di oggi, anche perchè avremmo, comunque, un giorno in più. Se ogni cosa scorre e tutto si modfica di continuo, non serve fermarsi, perchè non ci è concesso. Il segreto è andare avanti, facendo tesoro del passato e, insieme, liberandoci di tutto.”

Il ruscello condivise ogni singola parola, poi lo salutò, ricordandogli che

“se vuoi essere leggero, devi lasciare andare.”

Vi saluto con il link adatto al racconto.

MARIAPIERA MIELE

Catastrofi ed altre opportunità

“Voi occidentali avete l’ora, ma non avete il tempo,” recitava Mahatma Gandhi.

“Io sono leggenda”, con Will Simth, è nella top ten dei film che, definire angoscianti, è poco. La pellicola, che ha avuto un successo mondiale, parla di un sopravvissuto ad una catastrofe umana. In seguito alla scoperta di una terapia per i tumori, tutta l’umanità viene sottoposta alla cura. Gli esseri umani si tramutano in zombie dai quali il protagonista, essendo inspiegabilmente immune alla metamorfosi, deve difendersi. Credetemi, ho avuto incubi per mesi interi, dopo averlo visto. Ho pensato a quali potessero essere le motivazioni che portano una mente sana alla decisione di produrre un film del genere. E, pur non avendo la risposta, il mio animo si tranquillizzava pensando che, appunto, era solo un lungometraggio frutto della fantasia. Poi arriva il Coronavirus. Non è la stessa cosa, per fortuna, ma era inevitabile che i cortocircuiti del mio cervello si organizzasero per collegare la pandemia al film.
Prima di andare avanti vorrei fare una premessa.
Non è il virus in sé che mi spaventa. Non ho paura di ammalarmi.
Il modo in cui si sono trasformate le nostre vite, però, mi ha fatto pensare alla pellicola in questione.
Così, i primi tempi l’angoscia ha preso il sopravvento.
Ho sperimentato emozioni nuove.
Il tipo di afflizione, con annodamento dello stomaco, sospiri e commozione facile, era diverso. In quel modo non lo avevo mai percepito.
Sapere che, anche solo in teoria, non c’era un posto nel mondo dove avrei potuto rifugiarmi, mi ha fatto provare l’impotenza.
Quest’ultima è un’emozione che mi fa compagnia ogniqualvolta non posso agire per risolvere il problema o l’ostacolo che mi si sta presentando.
Poi ho preparato un percorso di training per il mio cervello, partendo dal pensiero dello psicologo Giorgio Nardone.
Per ogni problema l’uomo è in grado di trovare minimo cinque soluzioni, semplicemente cambiando il punto di vista.
Non ne ho trovate cinque, ma solo una.
Una, vi assicuro, è già più che sufficiente.
Le altre arriveranno. È questione di allenamento.
Ho capito che non potevo trovare una soluzione al problema, ma dovevo capire il problema.
Un po’ come quando i bambini si intestardiscono con un capriccio. C’è un momento in cui il genitore può solo arrendersi, sedersi vicino al bimbo e capire perchè sta succedendo.
Ho preso una sediolina e mi sono idealmente seduta accanto al virus.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata ed alla fine ho capito la mia verità.
Nulla capita per caso.
Il coronavirus si è preso la libertà di venire a bussare, personalmente, alla porta di ciascuni di noi.
Non perchè voglia il nostro male, tutt’altro.
Vuole farci un regalo. Il problema è che, questo regalo, noi non lo avremmo mai accettato.
Così, è stato costretto ad usare le maniere forti.
Ci ha obbligato a fermarci.
Lo stop ha voluto dire riprendere in mano la nostra vita.
Ha voluto dire avere tempo.
Inevitabile è insorta la domanda:
“Come utilizzo questo tempo?”
La risposta è stata:
“Come vuoi tu. Non c’è un giudizio finale.”
Non c’è una cosa migliore di un’altra.
Ci siamo noi.
Poter avere tempo, è questo il dono.
Ce ne può essere uno più bello?
Tutti siamo coinvolti, e tutti possiamo trasformare questa pandemia in un’opportunità.
Ascoltiamoci.
Riprendiamo ciò che ci appartiene, partendo da noi.
Non servono i centri commerciali, le palestre o i parrucchieri.
Un unico ingrediente è necessario.
“Me stesso.”
Sto assistendo a scene di panico dovute all’essere nulla, senza il nostro lavoro.
Capite la gravità?
Noi non siamo il nostro lavoro, per fortuna, aggiungo.
E se, per un qualche motivo, non possiamo svolgere il nostro dovere per un po’ di tempo, non possiamo sentirci persi.
Se è così che ci sentiamo, vuol dire che abbiamo semplicemente sbagliato tutto.
La chiacchierata tra me ed il virus sarà ancora molto lunga, come la quarantena del resto.
La piacevola scoperta, d’altronde, che abbiamo così tanto da dirci, mi riempie di gioia e mi ha generosamente elargito una importante lezione.
Per godere del lieto fine dobbiamo arrivare al termine della storia.
Tutto quello che viene prima fa parte del racconto e conta ancor più del finale.
Vi saluto con il link di oggi.

MARIAPIERA MIELE

Il silenzio rumoroso

Con la testa china, hai lo sguardo perso nei misteri della mente.

Un ritmo lento fa parlare il tuo corpo,

raccontando con i movimenti ciò che accade all’anima.

Il tuo sguardo è in viaggio, destinazione ignota.

Sei divorata dall’assenza, eppure un subdolo piacere, ne trae godimento.

Sono i tuoi momenti di impermeabilità al mondo,

o forse a me, la mia peggior tortura.

Sei qui, ma non so come raggiungerti.

Un vuoto, fatto di gesti aridi mi tiene lontano.

Invisibile divento ai tuoi occhi,

impegnati a rincorrere emozioni troppo intime.

Riempirò il vuoto,

dissetando l’aridità da cui ha preso vita.

Viaggerò con te,

nell’invisibilità,

se necessario.

Perchè, se è pur vero che non avverti la mia presenza,

il mio amore ascolta il tuo cuore,

e sa che sentiresti la mia assenza.

MARIAPIERA MIELE

La seconda volta

Vedo in lontananza la signora con il maglioncino blu sorridermi. Quella piacevole curva all’insù delle labbra, però, non è rivolta a me, mi accorgo quasi un po’ dispiaciuta, ma a tutti quelli che incontra.

Mi consolo, pensando che avrei potuto non trovarla sul mio percorso. E non avrei potuto goderne.

La giornata è grigia, uggiosa e per di più siamo a novembre.

Ieri la macchina mi ha definitivamente abbandonato. Ho freddo per scegliere di andare in bicicletta. C’è lo sciopero generale dei trasporti pubblici.

L’unica alternativa sono i miei arti inferiori.

Comincia a piovere. L’ultimo ombrello, unico superstite di una numerosa tribù, è stato perso qualche giorno fa, e non ha più fatto ritorno a casa.

Se potessi rallenterei il passo fino a farmi rimproverare da una lumaca.

Forse lo sto già facendo.

Oggi, molto probabilmente, ci sarà un nuovo ingresso nella mia vita.

Ho lavorato mesi per prepararmi a questo giorno, ma evidentemente potevo fare di più.

Non sarebbe stato facile, questa è sempre stata una banale verità, illuminata dalla luce del sole.

Le mie emozioni di oggi, d’altro canto, non possono fortunatamente cancellare le ore di lavoro spese per affrontare al meglio questo importante avvenimento.

Sono quasi a metà strada.

Sento qualcuno toccare la mia spalla.

Mi volto combattuta tra la sensazione di fastidio e di curiosità.

“Tieni. Ne ho uno in più.”

Mi porge un ombrello e scappa via. Non ho il tempo di ringraziare.

Dopo pochi istanti il tempo decide davvero di divertirsi. Tuoni, fulmini e temporali.

Se non avessi avuto il gradito regalo da questo sconosciuto gentiluomo, sarei giunta a destinazione nella maniera meno adatta.

Il cuore scalpita, anche se ha paura. E sono lacerata da dubbi e da mille possibilità.

Io mi nutro di possibilità.

Le possibilità sono il vento e l’energia eolica delle mie giornate.

Non potrei vivere senza di loro, ma il sostentamento è reciproco.

Il vento, del resto, non avrebbe senso se non avesse nulla da accarezzare.

Persa nei miei pensieri intravedo la destinazione a pochi metri da me.

Una melodia mi scuote.

Un ragazzo sulla trentina sta cantando sotto la pioggia.

Tutto il suo corpo sprigiona musica. Qualsiasi movimento faccia si trasforma in suono.

Non è assolutamente scalfito dal temporale. E non solo da quello. Tutto ciò che accade intorno a lui non gli appartiene.

Ha solo necessità di esprimersi, e lo fa cantando.

Ha una voce magica, sembra un incantatore di serpenti.

Nonostante il tempo, sono in tantissimi fermi lì ad ascoltarlo, qualcuno anche senza ombrello.

E’ proprio vero, quando vuoi, puoi.

Ne avevo bisogno.

Sono pronta.

Eccomi qui. Davanti al portone. Per l’ultima volta.

Busso.

Qualcuno mi apre.

Preferisco salire a piedi. Questo sicuramente rallenta i tempi, ma, oggi più che mai, desidero assecondare il mio ritmo.

Tre piani. Quanto possono apparire lunghi da salire.

Nella mente scorrono immagini che non sapevo di avere.

Ho trentatré anni e la mia memoria per i ricordi di infanzia non è mai stata particolarmente eccellente.

Ho avuto un’infanzia, questo è certo, ma non ricordo nulla.

Mi sono sempre affidata ai racconti degli altri.

Avere ricordi propri, però, è un’altra cosa.

Un ricordo è una selezione naturale del nostro cervello.

E’ l’attimo che noi stessi abbiamo selezionato all’interno di un giorno, una settimana un mese o un anno.

A volte non ne capiamo il motivo.

Questo è uno di quei momenti.

Sembra che tutti i ricordi più antichi, intrappolati in un qualche cassetto sapientemente chiuso a chiave, abbiano trovato modo di evadere solo ora.

Ad ogni gradino ne appare uno.

Ecco io e mia sorella più piccola che giochiamo in spiaggia sotto gli occhi vigili di mio nonno. Eravamo bravissime ad inventare storie. Costruivamo castelli di sabbia a parer nostro stupendi e da lì partivamo per intrepide avventure.

Eccone un altro.

Siamo io e la mia amichetta del cuore. Avrò avuto quattro o cinque anni. Mentre giochiamo si strappa un orecchio dal mio peluche preferito. Un piccolo elefante. Io inizio a piangere disperata. Lei sta per partecipare al concerto, quando all’improvviso cambia idea e scappa via. Compare dopo un po’, con il suo inseparabile peluche per consolarmi.

I gradini sono tanti e i ricordi anche.

Arrivo alla fine, comunque.

Suono il campanello.

Entro e mi accomodo in sala d’attesa. Come sempre.

Davanti a me una fila di persone che oggi mi sembra più lunga del solito.

Attendo un tempo che non saprei quantificare, poi arriva il mio turno.

“Prego si accomodi.”

Quando entro nella stanza mi sento come il ragazzo giù in strada. Non mi importa nulla di quello che accade intorno a me. Vado semplicemente avanti.

“Dunque, signorina Camilla. Ci siamo. L’abbiamo fatta venire oggi perché finalmente abbiamo i nomi.”

Deglutisco, ma dimentico di respirare.

“Si tratta del signor Achille Arcangelo e della signora Stella Del Tiglio.”

Dovrei dire qualcosa. Ma cosa?

“Si sente bene?”

“Non lo so.” E’ l’unica risposta che mi viene in mente.

“Ascolti, Camilla. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Gestiamo casi come il suo ogni giorno. La sua storia, però, è entrata a far parte delle nostre vite. Ognuno di noi, qui, ha lavorato per arrivare ad una conclusione.”

La signora Penelope è in assoluto la mia preferita. I suoi modi pacati e rassicuranti, mi hanno aiutato molto in questi mesi di totale perdita di tutti i miei punti di riferimento.

“Lo so e ringrazio tutti voi. Ve ne sarò grata a vita.”

Neanche sapevo l’esistenza di agenzie di questo tipo.

Tutto è accaduto per caso, il giorno del funerale dei miei genitori.

Morte accidentale per uno scontro frontale in auto.

L’uomo con il cappello nero, un po’ in disparte, l’avevo notato subito.

Finita la cerimonia si è avvicinato a me con una lettera ed è scomparso.

Cara Camilla, se stai leggendo questa lettera, il tuo cuore oggi è pieno di dolore. I due angeli custodi che in questi anni si sono presi cura di te sono volati via e ci dispiace tanto. La tua storia, però, inizia tanti anni fa con un’altra famiglia, che ti ha amato fin da subito e che per questo motivo ha dovuto salutarti qualche settimana dopo la tua nascita. Ti abbiamo affidato a due persone che sapevamo non avrebbero tradito mai le nostre aspettative. Così è stato e oggi siamo vicini al tuo dolore. Purtroppo non possiamo dirti oltre. Ti vogliamo bene, mamma e papà.”

Ho riletto quella lettera centinaia di volte, finché un giorno ho fatto una ricerca in internet ed ho scoperto che esistono agenzie che si occupano di persone scomparse, rifugiati politici, ed altro. Ho studiato le recensioni e mi sono affidata ad una delle migliori.

Vieni seguita in un percorso che non è solo investigativo, ma soprattutto di “riabilitazione psicologica”, è così che lo chiamano.

Hanno impiegato sei mesi e dieci giorni. Mi dicono che è poco. E’ un caso semplice.

I miei genitori biologici, Achille Arcangelo e Stella Del Tiglio sono due spie, proprio come si vede nei film. Non li potrò mai incontrare né sentire, neanche telefonicamente. E’ per la mia incolumità. Non hanno altri figli.

Ho pensato più volte a come sarebbe potuto essere il nostro incontro e sentivo l’imbarazzo che cresceva. Non avrei mai potuto provare affetto per loro. Ne ero convinta. Volevo solo delle risposte.

Oggi le ho avute. E soprattutto mi hanno tolto da qualsiasi imbarazzo, perchè non li incontrerò mai.

I miei genitori sono morti il giorno dell’incidente. Non avrei mai voluto sapere dell’esistenza delle coppia che mi ha messo al mondo. Se non puoi prenderti cura di qualcuno, è inutile apparire nella sua vita.

E’ stato come essere orfana due volte.

Poi, però, ho capito.

Loro mi hanno dato la vita e anche la possibilità di viverla. Se non avessero avuto la forza di lasciarmi andare, probabilmente oggi non sarei qui. E’ stato come avere il dono della vita una seconda volta.

Ogni sera, nel dolceamaro altalenare dei miei pensieri li ringrazio e immagino di abbracciarli.

MARIAPIERA MIELE

La collina misteriosa

C’era una volta una collina, non tanto alta, da non poter essere scalata, ma neanche tanto comoda da poter esser percorsa.

Vista da lontano, appariva come il luogo più incantevole che la natura avesse mai creato.

Via via che ci si avvicinava, tale spettacolo di perfezione, perdeva qualsivoglia fascino.

Iniziando a camminare sopra di essa, per raggiungerne la cima, si restava smarriti di fronte a tanta bruttezza.

Gli alberi e gli arbusti, a distanza, sembravano fermi lì, in attesa di qualcuno da proteggere, con le loro verdi chiome, in un rassicurante abbraccio. Una volta raggiunti, invece, quasi ti cacciavano, muovendo i rami come in balia di forti raffiche di vento, affinchè nessuno osasse stare nei dintorni.

L’erba, tenera e di un color verde morbido, appariva come il luogo più soffice dove potersi distendere e godere del meritato panorama.

L’idea, anche solo di sfiorarla, abbandonava tutti, una volta giunti in cima.

Quel dolce manto erboso, altro non era, che un insieme di ortiche abitate da una varietà di insetti inopportuni.

I fiori, poi, la coloravano di sfumature camaleontiche, che donavano alla collina un aspetto diverso per ogni piccolo movimento della terra intorno al sole.

Finanche con la luna, i colori si reinventavano.

Per queste ed altre ragioni, era diventato uno dei luoghi più visitati al mondo.

Tutti arrivavano con lo scopo di capire.

La scena si ripeteva all’infinito.

Si posizionavano nel punto panoramico migliore, da dove la collina appariva in tutto il suo splendore.

Emettevano gridolini di meraviglia ed, entusiasti, si avvicinavano per dare inizio alla scalata della misteriosa altura.

I più si arrendevano subito, arrestando l’impresa dopo i primi cento o duecento passi.

I volenterosi riuscivano ad arrivare a metà percorso.

Quelli realmente determinati, invece, giungevano in cima con la speranza, nel cuore, che il loro impegno fosse premiato.

Così non era, purtroppo.

O almeno, così sembrava essere.

Un giorno, il preside di una scuola decise di organizzare la gita di fine anno dei suoi ragazzi proprio lì.

Ne furono tutti felici. La fama del luogo era diventata tale che, la collina, era stata finanche argomento di studio del programma di scienze.

La classe terza media del paese di Chissaddove, il giorno Numerato, del mese Sorteggiato, partì per l’affascinante poggio.

Tutti i professori si offrirono di accompagnare i ragazzi.

Gli insegnanti quasi superarono di numero gli alunni.

Meglio così, pensò il preside, sicuro, in cuor suo, che quei ragazzi avrebbero risolto il mistero e la sua scuola sarebbe stata oggetto di un successo mondiale.

Insieme alla professoressa di scienze, avevano elaborato così tante teorie, che, anche i più fannulloni, avevano deciso di aprire i libri, incuriositi.

Durante il viaggio in pullmann ripetereno a voce alta il piano predisposto.

Avrebbero percorso il primo tratto, quello con la terra che si solleva in grandi nuvole di polvere, pensando di giocare a mosca cieca. Avrebbero formato un trenino, chiuso gli occhi e camminato aggrappati gli uni agli altri. Il capotreno, la professoressa, in virtù degli appositi occhiali anti-polvere provenienti dalla Nasa (avuti grazie ad un amico di un suo lontano zio), avrebbe portato tutti in salvo fino all’ostacolo successivo.

Così fu.

Dopo l’attacco polveroso toccava difendersi dai cespugli pelosi, che si allungavano per pungere chiunque fosse nelle vicinanze.

Questa era stata difficile da risolvere, ma avevano studiato, per mesi, tutti, nessuno escluso.

Fu proprio l’allievo Nonvoglio di nome e Odiolascuola di cognome a risolvere l’incoveniente.

Il papà era un apicoltore. Lavorava con le api per produrre il miele.

Donò a tutta la classe ed a tutti i professori le tute apposite.

I cespugli pelosi furono superati senza alcuna difficoltà, anzi, tutti risero e si divertirono mentre li attraversarono.

La terza prova, quella degli alberi in balia di improvvise raffiche di vento, aveva arenato la classe durante tutto il primo quadrimestre.

Erano stati interpellati anche lo zio di Sottutto di nome e Nonsbagliomai di cognome e il papà di Sapientino di nome e Clementoni di cognome.

Niente da fare.

Meno male che arrivò in soccorso il bidello Melino. Nessuno sapeva il suo vero nome. Era per tutti Melino, perchè, quando non era a scuola, coltivava alberi di mele. Era una tradizione di famiglia. Suo padre, suo nonno, il suo bisnonno e il suo trisnonno avevano da sempre coltivato alberi di mele.

Melino sapeva bene come difendersi dagli alberi infuriati dal vento.

Se non avesse saputo farlo, avrebbe avuto la testa piena di bitorzoli per tutte le mele che sarebbero ogni giorno piombate all’improvviso sulla sua capoccia.

Bastava sapere in che direzione soffiava il vento e seguirne il movimento. Mai andare nella direzione opposta.

Sarebbero stati schiaffeggiati da ogni singolo ramo.

“Seguite la direzione,” aveva detto ai ragazzi. E, per ogni giro completato intorno all’albero, fate un passo verso il tronco. Sarà come camminare disegnando una spirale, la stessa spirale che traccia il vento. Arrivati al tronco sarete salvi. Lì, nessuno vi toccherà più.

I ragazzi, ma anche i professori, avrebbero tanto voluto che Melino andasse con loro, ma lui fu irremovibile.

Non avrebbe mai lasciato, nenache per un giorno, i suoi amati alberi di mele.

D’altronde, si rivelò essere un ottimo insegnante.

Eseguirono tutti insieme, all’unisono, come la migliore compagnia di balletto, la danza della spirale.

Quando arrivarono al tronco, un immenso abbraccio ricoprì l’albero, che stavolta rispose anche lui, allungando i suoi rami con dolcezza, come a voler preservare quell’unione perfetta con la natura.

L’ultima tappa era la cima erbosa dispettosa, così come era stata giocosamente ribattezzata.

Vi giunsero senza particolari problemi, pronti ad essere attaccati da irritanti ortiche e fastidiosi insetti.

Avevo dimenticato di dirvi una cosa.

Tutti i provetti scalatori si erano cimentati nell’impresa solo nella stagione estiva. Il clima è più bello e avrebbero potuto godere del meritato paesaggio.

La scuola di Chissaddove, invece, dopo un approfondito studio, aveva scoperto che d’inverno ci sono meno ortiche e meno insetti.

Quindi, per superare l’ultimo intralcio, avevano semplicemente spostato la gita di fine anno a metà anno, nella stagione invernale.

La cima li accolse, all’ora del tramonto, con uno spettacolo unico.

Sembrava quasi che ogni elemento della natura si riunisse, negli istanti del crepuscolo, per ringraziare il sole di averci donato un altro giorno del suo tempo. Tutt’intorno era una tavolozza di colori che si divertiva ad inventare tonalità di rosso non ancora pensate.

Il sole sorrise, facendo un ultimo capolino tra le montagne, per poi godersi il meritato riposo.

Rimasero tutti in silenzio, quasi dimenticandosi di respirare, per non arrecar fastidio a nessuno.

Dopo che il sole li ebbe salutati, si abbracciarono tutti, nuovamente, e promisero che mai avrebbero rivelato il segreto della collina misteriosa.

La bellezza è dentro di noi e può estendersi fino ad illuminare tutto, proprio come il sole all’alba, quando sorge, o al tramonto, quando ci saluta.

Fin dove può arrivare dipende solo da noi.

Coloro i quali scaleranno la collina alla ricerca della bellezza non troveranno nulla.

Coloro i quali scaleranno la collina per ritrovare la bellezza che avevano perso, forse, non si perderanno mai più.

P.S. Per riuscire a scalare la collina bisognava rispettare la natura, senza nuocerla ed apprezzandone anche le spigolosità.

La scuola di Chissaddove, non aveva scacciato le nuvole di polvere, ma semplicemente chiuso gli occhi, giocando a mosca cieca.

Non aveva tranciato i cespugli pelosi per difendersi, scegliendo di attraversarli, sorridendo loro, con indosso le tute per le api.

Aveva poi danzato insieme agli alberi ed al vento, abbracciandone, alla fine, il tronco.

Per quanto riguarda l’ortica e gli insetti, siamo pur sempre a casa loro.

E, come per tutti gli ospiti, bisogna aspettare di essere invitati.

L’invito è giunto nella stagione invernale, quando la fastidiosa pianta e i numerosi animaletti, lasciano libero il meraviglioso prato, che, seppur ingiallito dalle fredde temperature, è pur sempre pronto ad accoglierci.

MARIAPIERA MIELE

Il “se” e la sua comitiva

Se non avessi dovuto fare benzina, non sarei arrivata tardi.

Se avessi più tempo, mi iscriverei in palestra.

Se non vivessi in una piccola città, avrei molte più possbilità di realizzarmi.

Se mia suocera non fosse così odiosa, il mio matrimonio funzionerebbe meglio.

Potrei andare avanti ad oltranza ed esaurire anche la pazienza del mio computer.

Se….se……se…..se……

Gli indiani dicono che quanti meno “se” ci sono nella nostra vita, tanto più siamo in equilibrio con noi stessi.

Certo, è semplice parlare quando si vive nella parte orientale del mondo.

Meditazione, buddismo, ritmi lenti, sorrisi ovunque, gentilezza, ascoltare il prossimo, rispettare il prossimo, aiutarsi.

Per noi, invece, che rappresentiamo “la parte civile del momdo”, non è così facile.

Noi non abbiamo tempo per sorridere, ascoltare qualcuno, rispettare qualcuno, aiutare chiunque, rallentare il ritmo, essere gentili. Sorridere poi! Perchè? Ce n’è motivo?

Torniamo seri, allora.

Ho molti colleghi indiani, li conosco da tanti anni e stare con loro, vi assicuro, è come una settimana di relax in un hotel di lusso con spa.

Eppure i problemi sono patrimonio dell’umanità. Chi non ne ha?

Anche loro ne hanno, ma questo non cambia il loro modo di vivere.

Non ne sono minimamente scalfiti.

E’ a loro che devo il mio primo proposito per il 2020.

Leggerezza”, è il nome che gli ho dato.

Spero che nessuno di voi si aspetti da me la ricetta.

Posso condividere con voi, però, il mio ragionamento.

La logica ci dice che non possiamo cambiare nulla di ciò che ci circonda.

Non possiamo intervenire sul carattere del collega opportunista di turno.

Non possiamo intervenire sulla suocera.

Non possiamo cambiare l’assetto urbanistico della città dove viviamo.

Non possiamo costringere chi è a più stretto contatto con noi a comportarsi nella maniera che più ci rende felici.

Ed anche in questo caso potrei andare avanti all’infinito.

Quello che ci è dato fare, però, è intervenire su noi stessi.

Questo insostituibile potere, ve lo assicuro, non ce lo può togliere nessuno, a meno che non siamo noi a permetterlo.

Li ho osservati bene (gli indiani).

C’è un punto comune, che seguno tutti.

Tengono fede a se stessi.

Non fanno nulla, ma proprio nulla, che non rispetti quello che sono.

Sinceramente, credo che il segreto sia solo questo.

Tener fede a se stessi, rappresenta il punto di inizio e il punto di arrivo.

Vuol dire che tutto nella nostra vita deve rispettare chi siamo.

Dal lavoro, alle amicizie, all’amore, agli hobby. Tutto.

Certo è un gran casino.

Come si fa?

Probabilmente, molti di noi, non hanno rispettato se stessi neanche in uno degli aspetti elencati.

Vi do una notizia, però.

Siete sempre in tempo.

Una volta, una mia cugina americana mi ha detto.

You are alive, do something!”.

“Tu sei viva, fa’ qualcosa!”

Iniziate oggi stesso, sempre a piccoli passi.

Partite da ciò che vi è più facile. Trattatevi bene, non mettetevi in difficoltà.

Sedetevi su una poltrona. Svuotate la mente il più possibile. Ascoltatevi. Fate amicizia con voi stessi.

Chi sono? Cosa mi piace e cosa non mi piace?

Ricordate la commedia americana “Se scappi ti sposo,” con Julia Roberts e Richard Gere?

La protagonista, il giorno del suo matrimonio scappa durante la funzione in chiesa.

Dopo varie fughe e vari matrimoni annullati, si rende conto che il problema non è il fututro marito di turno, ma lei.

C’è un particolare del film, davvero un’inezia, che mi fa sempre riflettere.

Il modo in cui lei preferisce mangiare le uova, cambia insieme al fidanzato del momento.

“L’uovo preferito” del fidanzato diventa anche il suo.

Quando finalmente capisce che deve ricominciare partendo da se stessa, cucina l’uovo in una quindicina di modi diversi.

Li assaggia tutti, per scoprire che le piace solo in un modo. Il suo modo, appunto.

Se pensate di non sapere da dove iniziare, non spaventatevi.

Si inizia dalla piccole cose.

Come vi piace mangiarlo, l’uovo?

Non abbiamo bisogno di aiuto.

Sono io l’ostacolo di me stessa.

NO HELP.

MI SONO PERSA

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. Perciò l’eccellenza non è un’azione, ma un’abitudine,” diceva Aristotele.

La routine quotidiana, per molti di noi, è un insieme di azioni che si ripetono in maniera identica ogni giorno.

Mi sveglio, mi alzo, faccio colazione, mi preparo, esco di casa, porto i bambini a scuola, o, se non ho bambini, vado a lavoro, o, se non lavoro, vado a fare delle commissioni e così via.

Noi siamo questo?

E’ la domanda che mi pongo tutte le volte che mi capita di leggere questa citazione.

Io sono questo?

Ma noooo, dico istintivamente.

Dentro di me, però, c’è una vocina, che è un po’ come il grillo parlante di Pinocchio.

Ne sei sicura?

Da quanto tempo la tua giornata va avanti così?

Quando è stata l’ultima volta che si è svolta diversamente?

E anche se dicessi….beh, la settimana scorsa!

Non vale.

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente,” cioè, più o meno, ogni giorno. Non, una volta in sei mesi.

Quindi?

Quindi è successo che sono stufa!

Vi ricordate Sandra Mondaini, in Casa Vianello?

Che barba, che noia! Ma guarda che io son stufa eh? Io son stufa!

Ecco, questa sono io, caro Aristotele.

La mia routine sarà anche quel noioso elenco, ma non sono io.

E te lo dimostrerò…..prima o poi.

E’ il prima o poi, il problema.

Forse perchè dimentichiamo che il tempo a nostra disposizione ha una data di scadenza.

Poi, leggendo il post di Ely, del blog “Too happy to be homesick”, ho avuto un’illuminazione.

Ely scrive:

La bussola si è rotta.

La mappa si è strappata.

Mi sono persa.

Sono libera.”

Dobbiamo perderci, non c’è altra soluzione.

Perdersi significa liberarsi delle etichette che limitano e incanalano la nostra vita, ogni giorno, sempre nella stessa direzione.

Perdersi significa ricominciare daccapo, con la maturità e le esperienze conquistate.

Perdersi significa alleggerire la nostra mongolfiera per volare più in alto, o semplicemente per direzionarla meglio.

Perdersi significa venir fuori per quello che siamo.

Perdersi è spogliarsi. E, solo spogliandosi di ciò che non ci appartiene, possiamo vedere cosa c’è sotto.

Così da poter poi esclamare:

Ma dai? Sono io questa?

Non lo sapevo.”

E come si fa?

La risposta è difficile, ma non impossibile.

Ognuno di noi vibra, si accende ed è felice in alcune circostanze.

Tutti, nessuno escluso. Ed è da lì che dobbiamo partire.

Le emozioni positive che proviamo, anche se molto saltuariamente, dobbiamo fare in modo di moltiplicarle. Siamo noi l’unica cassa di risonanza che può farlo.

Non ignoriamole.

“Mi sono emozionato sentendo quell’amico che ha fatto snorkeling la scorsa estate.”

Benissimo, iniziamo iscrivendoci ad un corso per sub.

“Che bello sentire il racconto di quell’amica che tre volte all’anno va in giro per mercatini dell’antiquariato.”

Perfetto, iniziamo anche noi.

Non rimandiamo, mai, per nessun motivo, quello che ci fa stare bene.

Ogni giorno è una nuova opportunità.

Ascoltiamoci, sempre.

E’ il collegamento con noi stessi che deve rimanere costantemente attivo, non quelo con il cellulare.

La mente ci parla di continuo, siamo noi che facciamo i sordi.

Vi propongo di istituire nella vostra routine, la rubrica “Un proposito al giorno.”

E’ intutile dire che deve essere “al giorno” e non “alla settimana”, altrimenti Aristotele ci rimprovera.

Ricordate…..”Siamo quello che facciamo ripetutamente.”

Ogni giorno fate in modo da far vibrare il vostro dono.

Conquistatevi.

Impegnatevi affinchè il vostro sé si innamori così follemente di voi che sia costretto ad uscire allo scoperto.

Sarà dura, non c’è dubbio.

Ma, dite un po’……avete qualcosa da perdere?

La vera libertà dei delfini è solo in mare.

Tocca a voi trovare la vostra.

Buttati che è morbido.

Un caro amico una volta mi ha detto:
“Se corri, terrorizzata, perchè ti sta inseguendo un leone, allora è giusto. Saresti matta se non lo facessi.
Se corri, terrorizzata, perchè ti sta inseguendo un gatto, allora forse c’è qualche problema.”
Sono entrambi felini, però, a meno che non soffriamo di un’allergia mortale al gatto, la nostra corsa, nel secondo caso è ridicola.
E’ ovvio che scappiamo dal micio, perchè per noi ha le sembianze di un leone.
Ci tocca, quindi, fare un controllo alla vista ed indossare gli occhiali giusti.
Come?
Cambiando prospettiva.
Ieri ho visto il film “Quelle brave ragazze”. E’ la storia di quattro amiche che, per una serie di motivi, si ritrovano senza un soldo e con tanti problemi. Decidono di travestirsi da uomini ed iniziare a rapinare banche. Una di queste ragazza è sposata con un uomo violento, che la picchia a suo piacimento.
Lei è talmente paralizzata dalla paura che l’unica reazione che riesce a mettere in atto è andare in chiesa e pregare, augurando al marito di morire.
Tutti a partire dal prete, cercano di farla ragionare.
Devi lasciarlo, devi andare alla polizia, devi denunciarlo e così via.
E’ la cosa più ovvia. Lei, però, pur sapendolo, è paralizzata.
Quando decidono, travestendosi da uomini, di iniziare a fare rapine, inaspettatamente lei si rivela la più coraggiosa. E’ colei che non si tira mai indietro. Non ha paura e incita le altre.
Non vi racconto il finale, ma potete intuirlo.
Ho riflettuto tanto dopo il film e sono giunta ad una conclusione.
Anzichè ostinarci augurandoci che una certa paura si dissolva, impariamo a conviverci senza ribellarci. Iniziamo a dirottare le nostre energie (quelle che finora abbiamo consumato, inutilmente, per opporci a quell’emozione), affrontando cose adatte a noi. Dedicando tempo a tutto ciò che ci viene naturale, semplicemente perchè fa parte di noi. Ciò che ci rappresenta.
Siamo noi, appunto. Permettiamo a noi stesse di esprimerci attraverso altri canali.
Dobbiamo aggirarla la paura. Agire di furbizia. Del resto come potreste salvarvi dall’attacco di un leone? Non certo con la forza durante una lotta a tu per tu.
Potremmo solo astutamente seminarlo…..depistarlo.
Depistiamo le nostre incertezze e quello che ci fa barcollare, facendo altro. Qualcosa che non riguarda, nella maniera più assoluta, ciò che temiamo.
Doabbiamo solo venir fuori, cambiando strada.
Ricordandoci di agire sempre con piccoli passi alla volta. Non pensate mai la muro finito. Mettiamo su un mattoncino per volte ed in men che non si dica l’opera sarà completata.
Vi consiglio di gurdare il film. Scrivetemi poi i vostri commenti e quali pensieri vi ha suscitato.
Vi saluto con la canzone “adatta!”
https://youtu.be/D1ZYhVpdXbQ





Susanna e Omorfos

C’era una volta una ragazza di nome Susanna. Viveva in un piccolo paesino sul mare, dove tutti gli abitanti erano di una bellezza abbagliante. Non a caso questa località aveva il nome di Omorfos, che in greco vuol dire bello. Chiunque venisse in visita in questo insolito luogo, veniva stregato dalla bellezza del suo popolo. Ecco perchè, con il passare del tempo, nonostante le nuove nascite, il paesino era oramai ridotto a poche anime. Ogni turista che faceva tappa qui si portava via, per amore, un lui o una lei di Omorfos. Susanna era la prima di tre sorelle, tutte bellissime naturalmente. Lei, però, era l’unica in tutto il paese a possedere una dote peculiare. Oltre ad essere bella era anche molto intelligente. Tutti, uomini, donne, anziani e bambini, per qualsiasi problema, si recavano da lei a chiedere aiuto. Chiunque andasse da Susanna, sapeva che non c’era domanda che non avesse risposta, o problema che non avesse soluzione. Aveva una parola gentile per tutti e cucinava i lofredaski più buoni del mondo. I lofredaski erano i dolci tipici di Omorfos. Somigliavano a dei biscotti fatti di una pasta speciale, che racchiudeva un ripieno ancor più speciale. Grazie a Susanna erano diventati il simbolo del paese e gran parte dell’economia del luogo era influenzata dalla vendita di questi squisiti pasticcini. Un giorno arrivò in paese un ragazzo bellissimo, cosi bello che finanche le donne del posto, nonostante fossero abituate al fascino degli uomini di Omorfos, ne rimasero stregate. Il ragazzo non era capitato qui per caso, anzi…. Era lì per una importante missione. Aveva un problema. Qualcuno gli aveva raccontato che in questo villaggio viveva una ragazza intelligente, in grado di aiutare chiunque. Senza alcun timore l’affascinante ragazzo si era messo in viaggio per recarsi da lei. Arrivato a destinazione i suoi occhi esultarono alla vista di tutta la bellezza che regnava ad Omorfos. D’altronde cercò, nonostante i numerosi ammiccamenti di cui fu preda, di non lasciarsi distrarre. Chiese in giro dove poteva trovare questa arguta ragazza e non fu affatto difficile avere risposta. Ogni abitante, almeno una volta nella vita, era stato da lei. Susanna abitava in una graziosa casa sul mare. Dal balcone della sua stanza si godeva una vista unica. Un panorama che, anche nei giorni di tempesta, era un dono. Il ragazzo arrivò facilmente a destinazione. Susanna, abituata alle innumerevoli visite, non fu sorpresa a sentir bussare alla sua porta. Aprì, ma, con grande stupore del ragazzo, non esclamò, non esultò, non flirtò e non fece assolutamente nulla alla sua vista. Questo sì che è strano. Che dico strano, pensò lui. E’ inaudito. Non c’è nessuna finora che non sia quasi svenuta alla mia vista. “Posso aiutarti?” Chiese Susanna dolcemente.

“Si,” rispose lui impacciato.

“Prego, accomodati.” Susanna lo portò in salotto, dove lo fece accomodare.

“Grazie.”

“Qual è il tuo nome?” Chiese lei.

“Apollo.”

“Come il dio?”

“Direi di si.”

“Non sono l’unica ad avertelo detto, giusto?”

“Ho perso il conto!”

“La mia osservazione è stata banale, ma chi ti ha dato il nome, evidentemente, cercava questo. Non si chiama un bambino Apollo, a meno che non si voglia sentir dire….Ohh, si chiama come il dio!”

“Mai nessuno aveva osato dirmelo, ma credo che possa essere come dici tu.”

“Come posso aiutarti?”

“Mi hanno detto che tu risolvi i problemi delle persone.”

Susanna sorrise.

“Io non risolvo proprio nulla. La via migliore è sempre davanti ai nostri occhi. Io aiuto semplicemente le persone a vedere meglio.”

“Ah, allora non so se potrai aiutarmi.”

“E perchè?”

“Il mio probema è che io non vorrei essere visto, da nessuno. Vorrei, che nel mio caso, le persone smettessero di vedere.”

“E perchè mai?”

“Mi viene il dubbio che a furia di curare la vista degli altri, hai perso la tua. Mi hai osservato bene? Non vedi quanto sono bello? E’ tutta la vita che vengo circondato da donne svenevoli, pronte a fare tutto per me. E non solo da donne. Nessuno mi vede per quello che sono dentro.”

Susanna non si scompose e lo assecondò.

“E’ probabile che tu abbia ragione. La mia vista si deve essere indebolita, quindi credo che non potrò fare nulla per te.”

“Come è possibile? Insisto. Guardami bene!”

Apollo era fuori di sé. Mai nessuno lo aveva fatto sentire così tanto invisibile.

“Mi dispiace,” insistette Susanna, “non vedo nulla di particolarmente degno di nota.”

Questo era davvero troppo. Chi si credeva di essere questa ragazzina?

“In ogni caso,” proseguì lei, sempre impassibile, “continuo a non capire il problema. Che importanza ha se io non vedo la tua bellezza? Tutte le altre la vedono, giusto?”

Apollo cercò di calmarsi. Del resto, aveva affrontato un lungo viaggio. Tanto valeva metterci un po’ di impegno.

“Qui davanti a te, spogliato del mio fascino, mi sento invisibile.”

“Pensaci bene. Sei sicuro che invisibile sia la parola giusta?”

“Forse no. Senza la mia bellezza non so più chi sono.”

“Allora forse è per questo che sei qui da me.”

Apollo era senza parole. Una perfetta estranea, in pochi minuti, lo aveva denudato senza togliergli i vestiti.

“E adesso che cosa faccio? Come posso vivere senza sapere chi sono veramente?”

“Non c’è persona che non la sa. Tutti noi sappaimo chi siamo. Anche lì, è solo un problema di messa a fuoco. Che cosa ti piace fare?”

“Amo il mare e amo nuotare. Potrei passare il resto dei miei giorni in acqua.”

Questo sì che scosse Susanna. D’incanto, il velo opaco che aveva davanti ai suoi occhi fin dalla nascita, e che la spronava ad aiutare gli altri, ogni giorno, sperando che curando la loro vista sarebbe un giorno guarita anche lei…evaporò. In una delle ultime visite oculistiche, un medico decisamente bizzarro le aveva detto….il giorno che due similitudini si incontreranno ne nascerà certamente qualcosa di buono.

“Che cosa significa?” Aveva domandato. Lui, però, non rispose. Susanna era nata con gli occhi velati. Non c’era cura e non si conosceva la causa. Nessuno avrebbe mai potuto prevedere se un giorno sarebbe mai guarita. Quello strano medico, d’altronde, aveva una sua teoria. Il giorno che inciampiamo nella nostra direzione, la caduta risolverà tutto. Quel giorno Susanna non era semplicemente inciampata. Aveva fatto proprio un volo in aria. Lei amava il mare più di ogni altra cosa. Il mare era da sempre l’unica meraviglia della natura che Susanna poteva vedere senza veli. Solo di fronte al mare la sua vista era normale. Era per questa ragione che la sua camera affacciava sul mare e ne era circonadata da ogni lato. La ragazza viveva praticamente nell’acqua, d’estate e d’inverno. Aveva da sempre sperato che l’uomo dei suoi sogni potesse condividere con lei la sua stessa passione. Tra i due ragazzi sbocciò un amore da fiaba e nessuno ne ebbe mai più notizia. Pare siano stati visti allontanarsi all’orizzonte…. e qualcuno giura di aver avvistato una coda da sirena nuotare felice nell’acqua.

MARIAPIERA MIELE

La domenica felice

Un’allegra melodia inonda l’aria, diffonde leggerezza, profuma di fresco, e annuncia la lieta novella. Accorrono tutti, con i cuori trepidanti. L’attesa è stata lunga, la speranza ha dato conforto a molti. Non si parla d’altro. Il vociare, il bisbigliare e l’eloquenza degli sguardi muti ha rimepito la piazza. Ecco arrivare un omino singolare, piccolo e sorridente. Ha in mano una lunga pergamena.

Udite, udite,

fa eco la sua voce. I rumori si placano e le orecchie si tendono.

Per ordine del Supremo,

è finita l’era dei lunedì.

Ohhhhhh, si sente muovere questo suono nell’aria.

E’ fatto divieto dalla odierna domenica,

fino a data da stabilire,

pronunciare,

pensare,

programmare,

o inventare,

un lunedi.

Si sente una voce forte tra la folla. “Allorquindi, non ci sarà più un domani?” L’omino, senza scomporsi, prosegue.

E con questo, non certo a significare che non ci sarà più un domani,

bensì ognuno avrà un giorno per essere un uccello.

Ohhhhh, si sente nuovamente questo suono. Forte e chiara rimbomba ua domanda. “Gli ucceli volano, noi no. Come faremo?” L’omino, sempre senza scomporsi continua.

E’ naturalmente consentito a tutti, essere uccelli senza saper volare.

Ahhhhh, ecco il grido di sollievo alleggerire gli animi. Sempre la solita voce, invece, vuol provocare turbamento. “E come si può essere uccelli senza saper volare?” L’omino continua.

Ognuno di voi sperimenterà, un giorno a settimana, l’essenza della libertà,

nel rispetto reciproco e del pianeta che ci ospita.

Tutti in coro questa volta, “e come si fa?” L’omino per la prima volta alza lo sguardo. Il corteo fa silenzio.

Guardate gli uccelli.

D’improvviso tutti alzano lo sguardo al cielo, alla ricerca della soluzione. L’omino, però, interrompe lo studio.

Giacchè l’ordinanza è per tutti,

anche per i non vedenti,

qualora non possiate vedere alcun uccello,

non preoccupatevi.

Non serve la vista,

bensì uno sguardo, anche cieco,

che accompagni la mente nella sua vastità.

La potenza di una mente libera di pensare,

vi donerà la leggerezza di un uccello.

E chissà, magari imparerete a volare.

Fa per girarsi e andare via. Poi, come se avesse dimenticato un dettaglio importante, torna indietro.

Dimenticavo.

Il titolo dell’ordinanza è

La domenica felice.”

MARIAPIERA MIELE

Avvolgente tristezza

Vittime inermi di una entità tanto reale,

quanto la nostre stesse paure.

Inaspettatamente invade la nostra esistenza,

senza discrezione alcuna.

Disintegra minuti, ore e giorni,

senza vergogna.

Diveniamo spettatori impotenti di quello che,

senza ombra di dubbio,

appartiene a noi.

La vita e il suo tempo.

Dietro una maschera di apparente normalità,

si cela uno scenario imbarazzante.

Lo spettacolo di chi,

combattendo contro i mulini a vento,

vorrebbe esiliare, per sempre, dal proprio sé,

l’emozione che, falciando le ali,

ci impedisce di spiccare quel volo,

che alleggerirebbe non solo il nostro corpo,

bensì, principalmente, il nostro animo.

MARIAPIERA MIELE

Complicazioni d’autunno

E’ semplice esser belli senza fatica.

Lo scorrer delle nostre stagioni lo dimostra.

La Primavera, la più attesa, come una regina dalla folla acclamata,

renderebbe felice tutti, senza grande impegno.

Lei si che è fortunata.

L’hanno sistemata lì, nei giorni più ambiti del calendario,

quando il sole ci accompagna fino a sera, senza arrecar fastidio.

Quando l’aria profuma di giorni di vacanza, senza che questi siano ancora giunti.

L’Estate, anche lei, non ha di che lagnarsi.

D’altro canto, però, condivide con il sole i giorni più difficili.

Deve di lui sopportare la peggior espressione di vanità…..il caldo!

L’Inverno, poverino, porta con sé una pesante etichetta.

Il freddo!

Come se altro non esistesse.

E l’Autunno?

L’Autunno è una stagione illuminata da una stella birichina.

Messa lì, nei giorni dell’anno rifiutati dalle altre tre.

Passa il tempo in compagnia dei nostri propositi, ingombranti e inconcludenti.

E’ il momento dei “farò”.

In che orrenda situazione, senza alcuna colpa,

è incastrata questa stagione dalla bellezza complicata.

Che sapore avrebbe questo tempo se potessimo spogliarlo delle circostanze?

E’ l’istante delle sfumature perfette,

dei suoni armonici a più voci,

dove nessuno prevale, bensì tutti sono importanti.

E’ il momento del compromesso,

di elementi diversi che si fondono insieme per dar vita al nuovo,

salutando il vecchio con il lento incedere delle foglie,

accompagnate dolcemente a terra dal soffio del vento.

Mariapiera Miele